Pur con lunghe “pause” dovute per lo più a importanti impegni professionali, Enrico Bernasconi, fotografa dalla metà degli anni Settanta. E’ autodidatta ed ha in Ernst Haas e Mario Giacomelli i suoi punti di riferimento… Riflettere sulla fotografia con l’autore lombardo è piacevole e rilassante, per via del giusto coinvolgimento con cui parla delle sue fotografie, dell’equilibrio con il quale racconta aneddoti legati alle immagini, mentre silenti e disponibili esse ci fanno compagnia scorrendo, una dopo l’altra, da un capo all’altro del tavolo. Anche per la sensibilità e quel suo modo di argomentare che favorisce una condizione di riposo distensiva, in grado di allentare qualsiasi tensione, emotiva o psicologica. Un conversare il suo, amabile e accattivante, preciso e puntuale. Le emozioni, è noto, sono momenti mentali stimolanti e possono essere positive e negative. Tutte da attribuirsi a un evento, un fatto, una sollecitazione, che invitano alla riflessione, alla percezione e all’interpretazione delle dinamiche emozionali. Uno stato temporaneo da gestire con l’obiettivo di migliorarsi nelle relazioni con gli altri. Come fa Bernasconi con e attraverso la fotografia. Per l’autore di Lecco la fotografia è un linguaggio per esprimere e veicolare i “contenuti” del proprio intimo e per interpretare e capire le dinamiche invisibili delle proprie emozioni. E’ uno “strumento” per riflettere sui sentimenti, sulle percezioni e sugli stati d’animo e per descrivere gli aspetti razionali e irrazionali della propria sensibilità, viverli intensamente e in pienezza. Riflessioni profonde di momenti diversi e intensi carichi di significati. L’autore lombardo puntualizza che di frequente, per meglio adattarsi alle regole invisibili e non scritte della comunicazione, si sacrifica sviluppando e, se necessario, modificando, il proprio modo di fare fotografia, attraverso “tecniche di ripresa meno convenzionali”. Che è, come dire, un modo per poter trovare, sempre e comunque, un sistema per trasmettere e diffondere un preciso messaggio, quello e solo quello individuato, volta per volta. Una modalità concreta e pratica di essere, di vivere, di guardare e soprattutto di vedere. E in fotografia “Vedere” è fondamentale, come lo è saper leggere oltre la linea di confine sull’orizzonte, oltre il visibile, tra l’invisibile. Dice Henry Cartier-Bresson “Vedere è tutto”. Un conto è guardare, un altro è vedere. Come in questo portfolio di paesaggi e stati d’animo. Enrico Bernasconi sviluppa una fotografia della natura e con la natura, che in qualche momento ha una forte connotazione naturalistica, che non modifica né snatura la progettualità e il taglio linguistico ed espressivo strutturale del suo abituale fare fotografia. Anzi, dà alla sua ricerca una cifra stilistica e una concretezza dei messaggi estremamente efficace. Il linguaggio è soggettivato, i toni sfumano tra il bianco e il nero e viceversa, la tessitura iconica di amplia di contenuti e di significati ed assume un tratteggio concettuale. In realtà l’autore lecchese ascolta e dialoga con la natura soprattutto quando si sofferma sui fiori, tra le geometrie dei campi arati, lungo i filari silenziosi dei vigneti che si allontanano verso l’ignoto, in luoghi battuti dai venti per osservare e registrare le variazioni estemporanee della natura interpretando i grafismi poetici, i silenzi maestosi, le trasparenze infinite, le diverse dimensioni naturali. E’ un dialogo convincente e, nel rispetto dei ruoli, efficace, lirico e musicale. Un tentativo gradevole di coniugare Poesia visiva e Land Art… (Fausto Raschiatore)