Al di là del confini che separano la grafica  dalla fotografia, sia essa nella sua forma digitale o analogica, esiste un luogo nascosto, un emisfero cristallino creato e custodito da Alessandro Bavari.
Qui figure-archetipi si muovono  attraverso ambienti disumanizzati alla ricerca dell'origine violenta delle pulsioni che, solidificate in visioni inconsce,  permeano il nostro humus, con il fine di ricostruire autonomamente ed in totale privazione delle schematiche sociali quella che è il nucleo puro delle emozioni e delle sensazioni di disagio e alienazione, o di desiderio e struggimento. La ricerca reca insita in sé la necessità di una prova ed essa altro non è se non la riscoperta dell'originale appartenenza dell'uomo alla sua dualità strutturale : il Bene - il Male.
Questa è la condizione essenziale posta affinché possa avvenire l'accettazione della natura umana, percorso formativo che nell'opera di questo autore  si rivela per mezzo di immagini oniriche e vedute di plumbei paesaggi interiori.
Attraverso l'uso della grafica come ultimo medium proiezionale Bavari costruisce una figura disumana  rivisitando a volte le orme  di quelli che sono i miti antichi, le figure della mitologia greca o latina,  e recuperando a suo modo le floride potenzialità  delle figure zoomorfe dei grandi visionari del passato, basti pensare al pittore fiammingo J.Bosch.
I corpi di Bavari rappresentano il simbolo compiuto di un processo di palingenesi e creazione asservito ad un ideale mutevole a seconda della circostanza: la Purezza, l'Eros o la sete di potere, etc.
Ciò che il corpo mostra è la trasformazione materica dell'intimo sentire e della sua natura istintuale.
In ogni “essere” in potenza c'è la violenza del conflitto creativo, del prendere coscienza del “sé” che, sempre più nascosto e sempre meno proponibile non solo nelle dinamiche sociali ma anche nell'intimo incontro con  l'”io”, rende l'essere umano fragile e vulnerabile nella libera espressione  ed accettazione della propria natura.
Bavari attraverso la forma del dolore, di questa presa ( o ripresa ) d'identità crea corpi lividi e innestati, simulacri paralleli della nostra difficoltà di reazione alla gabbia  tessutaci intorno da lancette carceriere, da volti di automi e da  specchi che crudeli ci riflettono deformati. L'artista restituisce così  in modo irruento la libertà ai nostri pensieri.
Gli scenari sconfinati e post-apocalittici di Bavari non sono che un'altra forma del silenzio con cui l'autore  oltre ad animare, plasmare e poi  declinare in figure terribili e antropomorfe certi inevitabili sentimenti arriva anche a legittimarne la presenza.
Tutto fa parte di un unico e multiforme sentire, qui ingabbiato e sezionato come fosse su di un tavolo d'autopsia per ricreare, come un alter-Frankenstein, una creatura non più mostruosa ma anzi sorprendentemente più simile alla nostra immagine struccata; non più i visi-maschera di Ensor, ma volti segnati dalle rughe dei giorni e dei desideri vissuti, dalle speranze infrante e dalle gioie vissute a volte anche con dolore.
In tutto questo non è assente il  piacere del gioco favolistico, del viaggio di formazione che fuori dai nostri labirinti mentali prende la forma delle sue opere; improvvisamente gli spazi diventano luoghi da superare per arrivare al proprio Oz, o   scenari di un Divino Inferno dantesco in cui, anziché stazionare, le anime vengano costruite, una fabbrica  quindi di ri-costruzione in cui le energie neuroniche si fronteggiano e si scontrano per formare mondi paralleli e sotterranee trame  di istinti e ragioni. Non sono altro che larve di anime,  in fondo,  questi involucri di Bavari, anime ancora un po' somiglianti a  meccaniche-marionette, che hanno però già scoperto i propri fili e con rabbia e disperazione titanica si muovono in questi territori di mezzo alla ricerca del Sé.

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