Completare un lavoro incompiuto, oltre che un’assunzione di rischio, comporta una sfida tra chi l’affronta e l’incompiuto stesso. Accettare la sfida significa farsi carico dell’oggetto senza conoscere le cause che hanno determinato lo status attuale di incompiutezza, della difficoltà che comporta un’operazione del genere. Diventa legittimo chiedersi, quindi, il perché una Cosa rimane incompiuta e, come in questo portfolio, la si eleva a metafora - sostituzione di un termine proprio con uno figurato, in seguito a una trasposizione simbolica di immagini - di un progetto d’indagine articolato, a valenze culturali. Che poi è l’itinerario di studio di Mauro Battiston, il quale, attraverso il filtro di un pretesto – elevato appunto a metafora – indaga e argomenta, con una trama iconica di pregevole profilo linguistico-espressivo, una tessitura metalinguistica che si configura come una cosa semplice, mentre in realtà lo è solo in apparenza. Si tratta di un progetto complesso, ma stimolante, a cui il bianco e nero conferisce una raffinata dimensione estetica rendendo più ricco il profilo culturale. Sia nel linguaggio che nella narratività. L’autore trevigiano fotografa un complesso edile incompiuto e tenta di completarlo perché tutto ciò lo affascina, ma vuole anche sostenere la sfida dell’operazione. Percorso che gli permette di argomentare iconicamente, in una trama stilistica tessuta con attenzione ed equilibrio e, al contempo, di dimostrare che nulla è scontato. Un gioco sottile per capire e capirsi, indagare e indagarsi, nel quale, come sostiene Battiston, è necessario correre il pericolo che la forza dell’oggetto incompiuto possa prevalere sull’operazione di recupero e, quindi, sull’esito finale. Se ciò avvenisse sarebbe un fallimento. La possibilità esiste e non è affatto marginale. E’ per questo che il rischio va corso in quanto insito nel progetto stesso ma con attenzione, equilibrio, senso logico, a prescindere dal risultato finale. Battiston è convinto che “solo quando si può perdere qualcosa la si può avere veramente e che l’avere è comunque sempre mancante”. Un punto di vista sintetizzato in queste immagini i cui valori tonali, sfumati sull’orizzonte del tempo, spalmano sulla ricerca una singolare ambiguità polisemantica. In fotografia, di frequente, l’oggetto è un pretesto da cui avviare una propria riflessione, argomentare un ragionamento, dare corpus a una propria idea o sviluppare una propria teoria. E Battiston, fotografo e psicologo, esplora contesti complessi affrontando tematiche e argomentazioni stimolanti. Incompiuto è uno di questi. Coinvolge come tematica, stimola come materia d’indagine, incuriosisce come linguaggio espressivo e dinamica narrativa, avvolge psicologicamente. Incompiuto, dunque, è un progetto non completato, una mancata o parziale realizzazione, o, come dice Battiston, “è un concepimento capovolto”. E poi aggiunge: “E’ come un fantasma che abita un non luogo della mente”. Una entità che, al contempo, esiste e non esiste. In ogni caso è una entità che pesa e incombe con il suo silenzio pronto a deludere ancora la sua stessa attesa per un nuovo inizio che possa portare a compimento la propria iniziale identità. L’autore considera questo suo progetto un percorso di avvicinamento, attraversamento, riappropriazione di ciò che è rimasto incompiuto. Un indiretto invito, attraverso la fotografia, e fuor di metafora, a riprendere i contatti per rimuovere ciò che è irrealizzato, a tutti i livelli, tra gli spazi del nostro intimo e nei contesti che abitualmente abitiamo. Un richiamo ad avere il coraggio di avvicinare, attraversare e riappropriarsi e gestire i problemi da affrontare. Sempre. Essere uomini in ogni momento. Evitare che l’Incompiuto si cristallizzi, per non tradire la Vita. (Fausto Raschiatore)