Il mio amore per la fotografia risale ai primi anni Settanta quando, poco più che adolescente, rimasi affascinato da una trasmissione televisiva dedicata ai fotografi di guerra. La passione si è accesa con calma ed è diventata quasi una ragione di vita alla soglia dei trent’anni. I primi scatti erano per la maggior parte a colori. Fotografavo di tutto, dai tramonti, ai ritratti. I primi concorsi con le inevitabili gioie e delusioni. Col passare degli anni sono passato dal colore al bianco e nero, che considero più introspettivo. Da qui è stato quasi naturale arrivare a lavorare con apparecchi molto semplici, che dessero modo di dare libero sfogo alla mia creatività. Così ho incontrato Holga, la macchina cinese interamente di plastica che mi ha stregato. Un solo tempo meccanico, gli omini che ti indicano la distanza di una messa a fuoco molto approssimativa, un piccolo tasto invece per il tempo, che si può spostare sul disegnino del sole o su quello delle nuvole. Una macchina insomma talmente approssimativa e mal fatta che bisogna usare il nastro isolante per chiudere i buchi allo scopo di proteggere la pellicola, ma che risponde appieno alle mie necessità. L’obiettivo di plastica crea aloni e vignettature che donano alle foto un fascino onirico e misterioso. Siamo insieme da sei anni con Holga, e le soddisfazioni non sono mancate, soprattutto per la tensione creativa che lei riesce ad infondermi senza dire una parola. Da qui l’idea di fare questo libro, dedicato al silenzio e alle sue forme, che riassume il lavoro meraviglioso e appagante che vivo ogni volta che faccio delle fotografie con la Holga. (Candido Baldacchino) 

“Don’t think, just shot!”, “non pensare, scatta!”. È il motto degli appassionati di lomografia, la tecnica fotografica che si avvale di macchine rudimentali, oggetti di culto che fanno tendenza e intorno alla quale ormai si è creato un circuito di interesse che alimenta mostre, dibattiti, riflessioni e business. La storia di questa passione che si è espansa in tutto il mondo nasce probabilmente fra chi, un po’ per convinzione, un po’ perché è trendy, si è affezionato alle origini della fotografia con le sue attrezzature affascinanti e la ritualità che precede il risultato finale. Il risultato non offre la definizione che si ottiene con altre macchine - rapide, efficienti e super automatiche -, ma è proprio questo il bello! L’impeto Lomo ha un riferimento storico e comincia nel 1991, in un mercatino di Praga, dove due giovani amici, Wolfgang Stranziger e Matthias Fiegl trovano una  piccola macchina fotografica sovietica: è la Leningradskoye Optiko-Mekhanicheskoye Ob’edinyeniye, (molto simile alla giapponese Cosina CX-2) ormai universalmente conosciuta come Lomo. Dotata di una lente di 32 mm, offre prestazioni simili ad un grandangolare medio che permette di ottenere stampe estremamente sature, incorniciate da una vignettatura di sottoesposizione che crea un effetto flou. Caratteristiche che normalmente venivano considerate negative. Ma i difetti diventeranno invece i punti di forza di un fenomeno accattivante.
I due studenti la provano per curiosità e ne regalano altre agli amici. Tutti se ne innamorano. Come racconta Stranzinger su cafebabel.com, nel 1994, finiti gli studi universitari, allestisce, insieme con Mathias due mostre in contemporanea a New York e a Mosca, esponendo oltre diecimila foto. Il successo conferma che l’intuizione era corretta e li sprona a continuare a spingere questo linguaggio fotografico che appartiene a ieri, è stato sorpassato da nuove tecniche, ma è riuscito ad accattivarsi la simpatia dei giovani: “All’inizio eravamo solo un gruppo di amici che sviluppavano un modo davvero divertente di esprimersi, non avevamo intenzione di guadagnarci e questo ci ha assicurato la credibilità”. Entrare sul mercato e diventarne protagonisti è stata una inevitabile conseguenza. Due anni dopo fondano la Società Lomografica, dopo aver firmato un accordo con Vladimir Putin - all’epoca era sindaco di San Pietroburgo -, che dà loro l’esclusiva per la distribuzione della Lomo Compact Automat (LCA). Il prodotto viene diversificato e accessoriato: il fatturato arriva a sfiorare i dieci milioni di dollari all’anno. Nel maggio 2005 la produzione del modello principale della Lomo, la LC-A è stata sospesa; nel frattempo i cinesi hanno cominciato a mettere sul mercato un modello simile, la LC-A+.
Le ragioni del successo delle Lomo convergono sulla semplicità e sulla spontaneità.
Le Lomo sono economiche, facili da usare, divertenti, poco sofisticate dal punto di vista tecnologico e soprattutto offrono effetti speciali senza interventi in laboratorio, anche se il rullino si sviluppa e si stampa alla maniera tradizionale. Questo linguaggio consente a tutti di esprimersi con la fantasia, di giocare con la casualità e soprattutto di divertirsi. Non soltanto a fare scatti, ma a condividerli: il fenomeno Lomo esplode infatti con molta facilità su Internet. La rete diventa un’infinita galleria cosmopolita, aperta a tutti, non soltanto per vendere attrezzature ma per diffondere foto, commentare e anche per intrecciare contatti, organizzare incontri. Per tutti vale lo stesso decalogo: 1) Non dividerti mai dalla tua Lomo; 2) Usala giorno e notte; 3) Lomogafare è una funzione della vita; 4) Avvicinati il più possibile all’oggetto del desiderio lomografico; 5) Non pensare; 6) Sii veloce; 7) Mentre scatti non preoccuparti di come viene la foto; 8) Non preoccuparti del risultato; 9) Scatta senza guardare; 10) Non seguire alcuna regola. (Irene Cabiati)

Molti cultori del genere si sono anche affezionati alla toy camera per eccellenza, la Holga, un giocattolo che all’origine costava soltanto un dollaro per rendere accessibile il piacere di fare fotografie anche ai meno abbienti. Prodotta dall’azienda russa Lomo per il mercato cinese, a partire dal 1982 viene fabbricata ad Hong Kong. Holga è disponibile in più modelli e offre soltanto dodici scatti per volta con rullo 120. Il contenitore di plastica con lente a menisco, con una distanza focale di 60 millimetri, deve essere sigillato con nastro adesivo per respingere la luce, o quantomeno contenerla. Non per caso il nome della fotocamera deriva dall’espressione ho gwong, che significa molto luminoso. Proprio questa particolarità strutturale offre molte sorprese in camera oscura per gli effetti speciali che si creano naturalmente senza alcun intervento meccanico o chimico. Le stampe risultano talvolta sfuocate o comunque alterate, restituendo una interpretazione evanescente, come se la realtà si travestisse di etera malinconia. Holga ha lanciato un linguaggio fotografico che è piaciuto non soltanto agli amanti del vintage, ma anche ai professionisti. Tanto che ormai è consolidata la convinzione, non senza ferventi dibattiti in rete, che anche questa macchina possa rientrare nell’ambito della Foto Povera i cui cultori sono particolarmente affezionati alle origini della fotografia e alla sua attrezzatura rudimentale, ma soprattutto ad una poetica che l’avvento del digitale sembrava aver offuscato. 
La Foto Povera, come movimento artistico, ha avuto il suo affrancamento in Francia da pochi anni, ma aveva già precursori negli Anni Sessanta contemporanei agli interpreti dell’Arte Povera che in Italia, e soprattutto a Torino, ha trovato la sua culla. Attualmente uno dei promotori più appassionati del movimento è il fotografo Yannick Vigouroux, critico e storico della fotografia, autore, con Jean-Marie Baldner, del libro Les pratiques pauvres, du sténopé au téléphone mobile. Ogni anno organizza in Francia mostre di Foto Povera e sin dal 2005 ha creato il collettivo Foto Povera che si esprime in rete con migliaia di scatti e commenti, creando una sorta di club dove gli appassionati trovano anche spunti di riflessione e contatti. Foto Povera è l’arte fotografica fatta con mezzi di basso costo (anche se ormai il materiale fotografico tradizionale è sempre più raro e quindi meno a buon mercato); fori stenopeici, talvolta fatti artigianalmente, con latte o scatole di cartone; macchine fotografiche di plastica, tra cui la Holga e la Diana; macchine usa e getta; Polaroid; macchine antiche o rudimentali, ma anche fotocamere digitali o cellulari poveri di pixel. È povera anche l’immagine che si stampa: la ricerca sta nell’essenzialità non nella quantità di informazioni. Molti amici di Holga forse non sanno di far parte del gruppo di Foto Povera, e probabilmente non si chiedono fino a che punto stanno usando la macchina come un gioco di sfida al consumismo, di sicuro però stanno sviluppando una tecnica che stimola la creatività personale e aiuta anche chi guarda a porsi delle domande: per uno scambio, un dialogo, forse.
Anche Holga, come le altre Lomo, considera l’immediatezza una virtù - senza alcuna pretesa documentaria - che trova la sua forza espressiva nel concetto di finito-infinito, quasi una sfida alle regole. I margini non sono mai netti, proprio come avviene nella realtà contemporanea così ambigua, che talvolta è veramente difficile individuare il confine fra quello che si vede, ciò che si immagina e ciò che realmente è. L’eleganza sta nella capacità di indicare un punto di vista senza urlare. Holga ha anche una funzione sociale. Secondo quanto raccontano i cultori, portarsi appresso la macchinetta, senza mai dimenticarla, è come avere una compagna con cui condividere attimi fuggenti, spigolature del vissuto. Un gioco ingenuo, quasi pervaso di purezza, che potrebbe contagiarsi. Holga compare infatti come oggetto di tendenza nei Cahiers de tendences 2011 di Peclers Paris, l’agenzia che studia i costumi e la società per interpretare e segnalare a stilisti e operatori dell’industria i gusti del futuro. La toy camera potrebbe quindi diventare un simbolo di un’inversione di tendenza dell’esasperato modello consumistico odierno o, forse, essere inghiottita dal mercato, arricchita di accessori, venduta a prezzi esagerati, per la celebrazione della fine di un culto. Tutto, ovviamente, dipende dall’uso che se ne fa. Girare per la città con una coloratissima Holga appesa al collo può essere trendy come esibire l’ultimo modello di cellulare. Ma possedere un oggetto, ormai lo sappiamo, non vuol dire averne capito il significato; fare foto bizzarre soltanto perché la macchina fotografica ha dei difetti, o è poco sofisticata, non ci trasforma automaticamente in artisti. Holga e le sue sorelle Lomo sono soltanto strumenti, ma non potranno mai sostituire l’occhio né la sensibilità di chi se ne serve. Come dice Corinne Mercadier: “Produco immagini del pensiero, non del mondo. Mi servo del mondo come scenario ma non lo rappresento”. (Irene Cabiati)

 


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