Quando ormai il mito di Venezia era divenuto “storia”, per esaltare il culto civico e la potenza della città – in preparazione del rito dell’anello, col quale si ribadiva annualmente la legittimità di possesso sul mare – giunto il Bucintoro in località detta la “motta di Sant’Antonio” venivano cantate speciali laudi al doge; e sempre nell’ottica della glorificazione della Serenissima, i musici della cappella marciana, accompagnata da strumenti, intonavano una madrigale “allegro” che aveva tradizionalmente come tema l’impero di Venezia sui mari […] Dopo il madrigale, quando il corteo era all’altezza di San Nicolò di Lido, prima di entrare in mare,  il patriarca saliva sul Bucintoro che si dirigeva all’imboccatura del porto chiamata “I due castelli”, per le due fortificazioni che si fronteggiavano. Durante il tragitto il presule faceva recare al doge e alla Signoria dei mazzetti di fiori (generalmente rose) offerte su piatti d’argento. Il primicerio (un prelato alle dirette dipendenze del doge che sovrintendeva tra l’altro alla cappella ducale di San Marco), intonava tre volte: Asperges me, Domine, ysopo et mundabor, mentre il patriarca benediceva prima il doge e il seguito, quindi il mare, versando l’Acqua Santa tra le onde. Dopo che si era calato (o aperto) il dossale del trono dogale posto all’estremità della poppa del Bucintoro e comunicante con l’esterno, il doge gettava l’anello d’oro tra le onde del mare Adriatico, pronunciando le parole: In signum veri perpetuique dominii. In tal modo, annualmente, si ribadiva la supremazia sull’Adriatico. Mentre aveva luogo la cerimonia, dai forti posti all’imboccatura del porto di San Nicolò, le artiglierie sparavano e i moschettieri dalmati scaricavano le loro armi e al Lido faceva gli onori al Bucintoro uno squadrone di cavalleria. […] La tradizione vuole che l’anello fosse d’oro e di gran valore. In un poemetto sullo sposalizio del mare del polacco Giovanni Starykòn Siemuszowski del 1565 si afferma addirittura che pesava quindici chilogrammi ed era adorno di decorazioni a glorificazione di Venezia (ricordo dello scudo di Achille). Ma una annotazione del diarista Marin Sanudo ci riporta alla realtà: era un “anelletto d’oro”. Questo particolare è ben verisimile perché la classe dirigente veneziana, amministrando bene il pubblico denaro, evitava gli sperperi. Dalla relazione di Francesco Pannocchieschi, nipote del nunzio pontificio a Venezia, della prima metà del Seicento, apprendiamo un particolare curioso ed inaspettato: egli afferma che lo sposalizio del mare non era altro in sostanza che vedere per una cordicella di seta calare in mare un anello dal doge. E non basta, il maestro dei calafati, Antonio Guelfi, nella metà del Settecento, annota che in alcuni anni l’anello fu persino di ferro. Molti hanno ricercato un prototipo di anello per lo sposalizio. Il Pasini, nell’Ottocento, lo volle identificare in un anello di scarso valore ma di notevoli dimensioni, ora la Tesoro di San Marco a Venezia, anzi avanzò l’ipotesi che fosse quello destinato all’ultima cerimonia dello sposalizio del mare, non effettuata per i noti eventi storici. Il confronto con un anello identico, per pontificale, disegnato ed acquerellato dal Grevembroch ci fa pensare che nulla abbia in comune con quella cerimonia. Compiuto il rito, il Bucintoro invertiva la rotta e si dirigeva verso il Lido. Giunto presso la chiesa di San Nicolò, il corteo dogale sbarcava ed aveva luogo una cerimonia religiosa. (fonte: Il Bucintoro ; La festa e la fiera della «Sensa» dalle origini alla caduta della Repubblica / Lina Urban Padoan ; presentazione Carlo Gottardi. - Venezia : Centro internazionale della grafica, 1988.)