“A quindici anni facevo fino a 40 km in bicicletta per andare a lavorare in una caverna. Scavavo per ore alla ricerca di reperti preistorici… Anni dopo, in Algeria, dove insegnavo biologia e geologia, ogni giorno, finita la scuola, scorazzavo per la montagna, sempre alla ricerca di reperti … ho sempre desiderato toccare pezzi di storia … Queste immagini sono un altro momento di scavo nel passato: un modo - come in passato, prima adolescente, poi giovane insegnante - per fermare il tempo, gli anni, la morte … L’aggiunta del colore, infine, è un tentativo per recuperare vita”. E’ una parte della riflessione di Claude Andreini (Liegi, 1950) con cui presenta “Ritratti in oltre tempo”. L’autore, belga di origine italiana, indaga con il suo obiettivo i muri della città, tra le pieghe dei manifesti che, giorno dopo giorno, si sovrappongono, uno sull’altro, in un gioco intrigante e coinvolgente di temi sociali, promozioni pubblicitarie, simboli e tracce del nostro tempo, talvolta semplici e immediati, talaltra, complessi e ambigui. Un collage di “strappi” e di sensazioni. Sempre diversi, eterogenei, tipici di un mondo che oscilla tra il reale e il virtuale, il presente e il passato, che rappresenta una parte del paesaggio cittadino: ricco di messaggi, segni, testimonianze. “Strumenti” di metafore plurali, figurazione di temi, traslazioni di vissuto, appunti di attualità, sintesi visive di forme e contenuti. All’interno di questo mondo, superficiale e profondo, evasivo e lineare, l’autore si sofferma sui ritratti, così come il deterioramento del tempo e la mano dell’uomo ce li propongono, lacerati, feriti, logorati.  Andreini li ritrae in bianco e nero e poi li trasla su di un supporto trasparente: aggiunge il colore, personalizza il “contesto”, dà allo scatto una dimensione “nuova” che coniuga e coordina i due momenti, molto intimi, emotivamente e iconicamente. Pezzi unici che da una parte, sintetizzano interpretazioni inedite, a valenza soggettivante, e dall’altra rappresentano dinamiche di studio specifiche. L’autore, nel quadro di una studiata sperimentazione linguistica, recupera, attualizza e prospettivizza anche le memorie dell’adolescenza e della giovinezza, attraverso l’utilizzo coordinato e strutturato di strumenti del nostro tempo, filtrando il tutto al vaglio della propria sensibilità, che con gli anni è diventata più esigente e critica, ma anche più aperta e tollerante, senza tradire il taglio strutturale di fondo, né essere sempre e comunque disponibile. Un modo per fermare il tempo, recuperare la vita, allontanare la morte. (Fausto Raschiatore)

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