“E’  una  illusione che le foto si facciano con la macchina ….
Si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa” (H. Cartier Bresson)

Pubblicato nel 2001, Ritratto in Seppia è il racconto di una vita conosciuta, scoperta, vissuta attraverso le fotografie. Una “storia di sguardi”, un invito a guardare con occhi diversi il mondo e la vita. Aurora del Valle, la protagonista, è una donna inizialmente sola e chiusa in se stessa: figlia di tutti e di nessuno, trascorre la sua infanzia prima con i nonni materni, e successivamente con Paulina del Valle, la rivoluzionaria nonna paterna che la porterà a guardare il mondo con occhi diversi, a non fermarsi alle apparenze ma cercare sempre la verità, trasmettendole l’amore per la fotografia. “Amore” inteso come sentimento forte, totalizzante,  intenso, che la accompagnerà per tutta la vita. Quel “di più” che solo gli occhi innamorati riescono a vedere, e il segreto di Aurora è proprio questo, prendere coscienza che per fotografare bisogna prima amare, amare la vita per comprenderla e viverla fino in fondo, amare il mondo per conoscerlo ed entrare in sintonia con esso. “La sola cosa che si possiede è l’amore che si dà”, dirà la Allende in altre occasioni (Zapata C.C., “La vita secondo Isabel”, Feltrinelli, 2001). Fotografare è saper vedere prima che con gli occhi, con il cuore e con la testa. Ed è attraverso il suo sguardo di donna innamorata della vita e del mondo che Aurora riesce a chiarire la confusione del suo passato che le scorre davanti agli occhi come una serie di ombre indefinite, ritrovare la sua memoria, definire la sua identità e “creare la sua leggenda”. Amare per crescere, per conoscere se stessi e gli altri, per stabilire una connessione intima e profonda con il mondo: l’amore, sembra dirci Aurora/Isabel dalle pagine di questo romanzo, non rende ciechi, ma ci permette di vedere quello che agli altri sfugge: ed è attraverso la sua passione, che Aurora riesce a fissare nelle immagini personaggi, famiglie, paesaggi, rendendosi conto, con il tempo, di poter leggere attraverso queste, non solo la realtà visibile ma sensazioni, sentimenti, verità nascoste.

“Se non fosse stato per nonna Eliza, venuta da lontano ad illuminare gli angoli bui del mio passato, e per le migliaia di fotografie che si sono accumulate nella mia casa, come potrei raccontare questa storia? Dovrei forgiarla con l’immaginazione, senz’altro materiale che i fili elusivi di tante vite altrui e qualche ricordo illusorio. La memoria è invenzione. Selezioniamo il materiale più brillante e quello più buio, ignorando ciò che è fonte di vergogna, e così tessiamo il grande arazzo della nostra vita. Per mezzo della fotografia e della parola scritta cerco disperatamente di sconfiggere la fuggevolezza della mia vita, di catturare gli attimi prima che svaniscano, di rischiare la confusione del mio passato. Ogni istante si dissolve in un soffio trasformandosi immediatamente in passato, la realtà è effimera e transitoria, pura nostalgia. Con l’aiuto di queste fotografie e di queste pagine tengo vivi i ricordi; sono il punto fermo di una verità labile, che è pur sempre verità, attestano che questi eventi hanno avuto luogo e che questi personaggi sono transitati per il mio destino: Grazie a loro posso far resuscitare mia madre, morta quando vidi la luce, le mie agguerrite nonne e il mio saggio nonno cinese, il mio povero padre come anche altri anelli della lunga catena della mia famiglia, tutti di sangue misto e appassionato. Scrivo per sciogliere gli antichi segreti della mia infanzia, definire la mia identità e creare la mia leggenda. Alla fine l’unica cosa che a cui possiamo attingere a piene mani è la memoria che abbiamo intessuto. Ognuno sceglie la tonalità con cui raccontare la propria storia; a me piacerebbe la chiarezza durevole di una stampa su platino, ma niente nel mio destino possiede tale luminoso requisito. Vivo tra gradazioni sfumate, velati misteri, incertezze; la tonalità con cui raccontare la mia vita si accorda meglio a quella di un ritratto in seppia….”.

Il primo incontro  “cosciente” con la fotografia  segna anche il passaggio tra infanzia ed età adulta. Aurora si rende conto che attraverso le immagini può riallacciare le trame della sua vita, perse nell’oblio della memoria, le proprie radici, la  sua storia “l’unica cosa a cui possiamo attingere a piene mani è la memoria che abbiamo intessuto”. Cercare il proprio passato per trovare se stessa: è attraverso le immagini che Aurora incontra per la prima volta sua madre, morta mentre dava Aurora alla luce, anche se non riesce a riconoscerla, così come non riesce a riconoscere se stesa nelle immagini che la ritraggono nella sua infanzia. Forse quello che Aurora cerca in queste immagini è qualcosa di più di una semplice rappresentazione: non riesce infatti a visualizzare relazioni, sentimenti, ma solo un gioco di luci ed ombre.

“Esiste un’immagine di me a tre o quattro anni, l’unica di periodo sopravvissuta alle vicissitudini del destino ed alla decisione di Paulina del valle di cancellare le mie origini. Si tratta di un cartoncino consunto in un portafoto da viaggio, uno di quei vecchi astucci di velluto e metallo così di moda nel diciannovesimo secolo che oggi nessuno utilizza più. Nella foto si vede una bambina molto piccola, agghindata nello stile delle spose cinesi, con una lunga tunica di satin ricamato su pantaloni di tono diverso; calza delle fini ciabattine dalla suola di feltro bianco protetta da una sottile lamina di legno; i capelli scuri sono rigonfi in uno chignon troppo alto per la sua statura trattenuto da due spilloni, probabilmente d’oro o d’argento, uniti tra loro da una piccola ghirlanda di fiori. La bambina ha in mano un ventaglio aperto e forse sta ridendo, ma i lineamenti si distinguono a malapena, il viso è semplicemente una luna chiara e gli occhi due macchioline nere. Dietro di lei si intuiscono la grande testa di un drago di carta e le stelle splendenti dei fuochi artificiali. La fotografia fu scattata durante i festeggiamenti per il Capodanno cinese a San Francisco. Non ricordo quel frangente e non riconosco la bimba in quell’unica immagine. (…) Invece mia madre Lynn Sommers appare in molte fotografie che ho riscattato dall’oblio con tenacia e grazie a buoni contatti. Alcuni anni fa sono stata a San Francisco per conoscere lo zio Lucky e mi sono dedicata a battere librerie e studi fotografici a caccia dei calendari e delle cartoline per cui aveva posato; me ne arrivano ancora quando zio Lucky li trova. Mia madre era molto bella, è tutto quello che posso dire, perché non riconosco nemmeno lei in queste immagini. Non me la ricordo, ovviamente, visto che morì quando io sono nata, ma comunque la ragazza dei calendari è un’estranea, non ho niente di lei, non riesco a visualizzarla come madre, ma solo come un gioco di luci e ombre sulla carta.” (pag. 89)

Lo sguardo di Aurora è uno sguardo tipicamente femminile, sensibile e capace di cogliere, come in una danza, le relazioni tra mondo interno ed esterno, tra prima e dopo, tra memoria e futuro. Come un diario intimo, le immagini servono alla protagonista per mettere a nudo le sue paure, le sue tensioni, e scoprire se stessa e il suo mondo interiore. E catturare le paure, rappresentarle, diventa un modo per esorcizzarle. Le sue foto migliori nascono, infatti, proprio nel momento in cui si sovrappongono la dimensione interiore della sua esistenza e la vita quotidiana.

“Vista l’impossibilità di sconfiggere i miei incubi, cerco almeno di trarne qualche giovamento. Ho constatato che dopo una notte tormentata rimango in uno stato di allucinazione e con i nervi scoperti, condizione favorevolissima alla creazione. Le migliori fotografie sono state scattate in giorni così, quando il mio unico desiderio era nascondermi sotto il tavolo, come facevo nei primi tempi a casa di mia nonna Paulina. E’ stato il sogno dei bambini con la tunica nera a portarmi alla fotografia, ne sono certa. Quando Severo del Valle mi regalò una macchina fotografica, il mio primo pensiero fu che se fossi riuscita a ritrarre quei demoni, li avrei sconfitti.”  (pag. 92)

Vedere significa comprendere, conoscere, mettere in relazione il mondo reale e il mondo immaginato: è  attraverso l’obiettivo che Aurora riesce a superare la paura del diverso, dell’altro, della morte, fino a riconciliarsi con una dimensione più complessa della sua esistenza, dove convivono  il vero ed il falso, il naturale e l’artificiale, il corpo e l’anima.

Avevo tredici anni quando Severo del Valle mi regalò una macchina fotografica moderna che utilizzava carta al posto delle vecchie lastre e che probabilmente era una delle prime arrivate in Cile. Mio padre era morto da poco e gli incubi mi tormentavano a tal punto che non volevo andare a letto e di notte vagabondavo come uno spettro senza meta per la casa.  (...) Allora apparve Severo dal Valle con la macchina fotografica e me la mise in grembo. Era una bella Kodak, raffinatissima anche nei particolari di ogni singola vite, elegante, delicata, perfetta, fatta per mani d’artista. La uso ancora; non mi ha mai tradito. Nessuna ragazzina della mia età possedeva un giocattolo del genere. La presi in mano con soggezione e rimasi a guardarla senza avere la minima idea di come utilizzarla. “Vediamo se riesci a fotografare le tenebre dei tuoi incubi” mi disse scherzando Severo dal Valle, senza sospettare che quello sarebbe stato il mio unico obiettivo per mesi e che nel tentativo di svelare quell’incubo avrei finito con l’innamorarmi del mondo.” (pag. 172)

Secondo le civiltà arcaiche, fotografare qualcuno equivale a rubargli l’anima: “mettere a nudo” la dimensione più intima e spirituale della realtà, degli oggetti, delle persone fotografate. Le foto scattate da Aurora riflettono la sua passione per la vita, il suo desiderio travolgente di viverla fino in fondo e catturarla; attraverso le sue immagini riesce a stabilire un legame emotivo con la realtà, portando alla luce quell’”essenziale invisibile agli occhi” che solo i poeti e gli sciamani riescono a  vedere.

“Un oggetto o un corpo dall’aspetto comune, se osservati con vera attenzione, si trasformano in qualcosa di sacro. La macchina fotografica può rivelare i segreti che l’occhio nudo o la mente non colgono, sparisce tutto tranne quello che viene messo a fuoco con l’obiettivo. La fotografia è un esercizio di osservazione e il risultato è sempre un colpo di fortuna: tra le migliaia di negativi che riempiono diversi cassetti del mio studio quelli eccezionali sono veramente pochi. (…) La macchina fotografica è uno strumento semplice, anche il più stupido può usarla, la sfida consiste nel creare attraverso di essa quella combinazione tra verità e bellezza chiamata arte. E’ una ricerca soprattutto spirituale. Cerco verità e bellezza nella trasparenza di una foglia d’autunno, nella forma perfetta di una chiocciola sulla spiaggia, nella curva di una schiena femminile, nella consistenza di un vecchio tronco d’albero e anche in altre sfuggenti forme della realtà. Alcune volte, mentre lavoro su un immagine nella mia camera oscura, fa la sua comparsa l’anima di una persona, l’emozione di un evento e l’essenza vitale di un oggetto, e allora il cuore mi trabocca di felicità e libero il pianto, non riesco a farne a meno”. (pag. 92)

Da brava “apprendista stregona”, Aurora segue i passi di un maestro, don Juan Ribero “il miglior fotografo di Santiago, un uomo apparentemente asciutto come il pane secco, ma in realtà generoso e sentimentale”, un uomo capace di vedere anche ad occhi chiusi, in grado di raccontare il volto multiforme e tormentato del Cile. Ribero la aiuterà a prendere consapevolezza delle sue capacità: non si tratta, però, solo di imparare una tecnica artistica; il percorso di Aurora verso la fotografia è una vera e propria iniziazione alla vita e la principale lezione appresa è la presa di coscienza che fotografare è un atto mentale prima ancora che una operazione meccanica. È lo sguardo che fa da padrone, non la macchina: la macchina non è altro che uno strumento per imprimere sulla pellicola le decisioni dell’occhio.

“Don Juan Ribero era molto esigente, soprattutto perché sosteneva che una donna deve faticare mille volte più di un uomo per ottenere rispetto intellettuale o artistico. E’ stato lui ad insegnarmi tutto quello che so di fotografia, dalla scelta di una lente al laborioso processo di sviluppo; non ho mai avuto altro maestro. Quando due anni dopo, lasciai il suo studio, ormai eravamo amici. Adesso ha settantaquattro anni e non lavora da diverso tempo perché è cieco, ma guida ancora i miei vacillanti passi e mi aiuta. Serietà è il suo motto. La vita lo appassiona e la cecità non gli ha impedito di continuare a guardare il mondo. Ha sviluppato una forma di chiaroveggenza. Come alcuni ciechi si avvalgono di qualcuno che legga per loro, così lui conta su persone che osservano e riferiscono. I suoi discepoli, i suoi amici ed i suoi figli lo vanno a trovare ogni giorno e fanno a turno per descrivergli ciò che hanno contemplato: un paesaggio, una scena, un viso, un effetto di luce. Devono imparare ad osservare con molta attenzione per superare il minuzioso interrogatorio di don Juan Ribero; le loro vite di conseguenza cambiano, non possono più muoversi per il mondo con l’abituale levità, perchè devono vedere con gli occhi del maestro. (…) E’aggiornato su tutto ciò che riguarda questa professione, si infervora per le diverse tendenze e teorie, conosce di nome i maestri di spicco d’Europa e degli Stati Uniti. Si è sempre opposto ferocemente alle pose artificiali, alle scene approntate in studio, alle stampe pasticciate ottenute dalla sovrapposizione di vari negativi, così di moda qualche anno fa.” (pag. 172)

Aurora crede nella fotografia quale “testimonianza personale, come modo di vedere il mondo”, è profondamente convinta che questo mondo debba essere onesto e che il ricorso alla tecnologia sia solamente un mezzo per restituire la realtà, non per distorcerla. La fotografia è una scrittura dell’anima, un tentativo “disperato di preservare la memoria. I ricordi, nel tempo, strappano dentro di noi l'abito della nostra personalità, e rischiamo di rimanere laceri, scoperti. Così –  racconta la Allende - narrare mi consente di rimanere integra e di non perdere pezzi lungo il cammino” (Librialice, marzo 1998).

Quando attraversai una fase in cui mi era venuto il pallino di fotografare ragazze all’interno di enormi recipienti di vetro, mi chiese quale fosse lo scopo con un tale disprezzo che abbandonai subito quella strada, ma quando gli descrissi il ritratto che avevo fatto a una famiglia di artisti di un circo miserabile nudi e vulnerabili, se ne interessò immediatamente. Avevo già scattato varie fotografie di quella famiglia in posa davanti a uno sconquassato carrozzone che serviva loro da mezzo di trasporto e da alloggio, quando ne era uscita una bambinetta di quattro o cinque anni, completamente nuda. Allora mi era venuta l’idea di chieder loro di spogliarsi. Avevano acconsentito senza malizia e avevano posato con la stessa intensa concentrazione di quando erano vestiti. E’ una delle mie migliori fotografie, una delle poche ad aver vinto qualche premio”. (pag. 172)

Come una terapia, scattare fotografie, diventa per Aurora un modo per conoscere gli altri, e attraverso gli altri, se stessa. Registrare i sentimenti, le emozioni, stabilire una relazione con il mondo. E crescere.  Guardare con gli occhi ben aperti, vedere oltre le apparenze, anche quello che è negato alla vista. Scattare foto, per Aurora significa stabilire una relazione “con il modello che, pur nella sua brevità, è comunque un contatto. La lastra sviluppa non solo l’immagine, ma anche i sentimenti che intercorrono tra le due persone”. Reciprocità tra interno ed esterno, tra fotografo e fotografato: Aurora non cerca di dominare i suoi modelli, ma di comprenderli, invitandoci a guardare la realtà da differenti punti di vista per cogliere quella sconfinata umanità che è fuori di noi e che non sempre siamo in grado di afferrare.

A Don Juan Ribero piacevano i miei ritratti, così diversi dai suoi. (…) Mi incitava a lasciare le mura sicure dello studio e a uscire per strada, a spostarmi con la macchina fotografica, a guardare con gli occhi ben aperti, a vincere la mia timidezza, a perdere la paura, ad avvicinarmi alla gente. Mi resi conto che in generale venivo accolta bene e che le persone posavano con molta serietà nonostante fossi poco più che una bambina: la macchina fotografica ispirava rispetto e fiducia, la gene si apriva, si consegnava. La mia giovane età mi poneva dei limiti; per molti anni ancora non avrei potuto viaggiare per il paese, introdurmi nelle miniere, negli scioperi, negli ospedali, nelle stamberghe dei poveri, nelle misere scuole, nelle pensioni da due soldi, nelle piazze impolverate dove languivano i pensionati, nei campi, nei villaggi di pescatori. “La luce è la lingua della fotografia, anima del mondo. Non c’ è luce senz’ombra, come non c’è gioia senza dolore” mi disse don Juan Ribero diciassette anni fa, durante la lezione che mi impartì quel primo giorno nel suo studio in plaza de Armas. Non l’ho dimenticato (Pag. 172)

Fotografare per dare forma alla realtà. “Se ciò che desidera è la verità, impari ad usare la sua macchina fotografica”, continua a ripetere Ribero alla sua giovane apprendista.

“Quando Amanda Lowell notò che non mi separavo mai dalla mia macchina fotografica e passavo ore intere chiusa in una camera oscura improvvisata nel villino, si offrì di presentarmi ai più celebri fotografi di Parigi. Come il mio maestro Juan Ribero, anche lei riteneva che la fotografia non rivaleggiasse con la pittura, due espressioni sostanzialmente diverse; il pittore interpreta la realtà e la macchina fotografica le dà forma. Nella prima tutto è invenzione, mentre nella seconda al dato reale si somma la sensibilità del fotografo. Ribero non mi consentiva trucchi sentimentali o esibizionisti, era vietato sistemare gli oggetti o i modelli affinché somigliassero a dei quadri; era contrario alla composizione artificiale e non mi consentiva nemmeno di manipolare i negativi o le stampe e in genere detestava gli effetti di luce o la diffusione, volava che le immagini fossero oneste e semplici, seppure nitide nei più piccoli particolari. (…) Amanda Lowell non mi trattò mai come una bambina, fin dall’inizio mi prese sul serio. Anche lei era affascinata dalla fotografia che ancora nessuno chiamava arte e che per molti non era che una stramberia, una delle tante trovate di questo secolo frivolo. “E’ troppo tardi perché io impari a fotografare, ma tu hai occhi giovani, Aurora, tu puoi vedere il mondo ed obbligare gli altri a vederlo a modo tuo. Una bella fotografia racconta una storia, rivela un luogo, un evento, uno stato d’animo, è più potente di pagine e pagine scritte,” mi diceva. La nonna, invece, trattava la mia passione per la fotografia come un capriccio adolescenziale ed era molto più interessata a prepararmi per il matrimonio e a scegliere il corredo.” (Pag. 192)

Imparare a guardare, ma cosa? Aurora comincia a interrogarsi su cosa, come, quando, dove guardare. E capisce che occorre rivalutare ciò che è piccolo, impercettibile, che appartiene alla sfera soggettiva, che segna l’essenza di ogni singolo individuo, la sua storia, la sua persona, il suo carattere o, in altri termini, la sua anima. Riuscire a vedere tutto quello che, mite e silenzioso, accompagna i piccoli gesti quotidiani. Ricominciare da ciò che ci illudiamo di vedere ogni giorno, ma che non guardiamo più.

“Siccome nella prima classe del transatlantico c’era poco da fotografare, a parte gli abiti delle signore e le composizioni floreali della sala da pranzo, scendevo spesso nelle coperte inferiori a scattare ritratti, soprattutto ai passeggeri dell’ultima classe, che viaggiavano pigiati nel ventre dell’imbarcazione: lavoratori ed emigranti che andavano a cercare fortuna in America, russi, tedeschi, italiani, ebrei, gente partita con le tasche quasi vuote, ma con il cuore traboccante di speranza. Mi parve che, nonostante la scomodità e la mancanza di mezzi, stessero meglio dei viaggiatori della classe superiore, dove tutto risultava impeccabile, cerimonioso e noioso.(…) Nessuno sembrava disturbato dalla mia presenza, non mi facevano domande e nel giro di pochi giorni mi accettarono come una di loro e questo mi permetteva di scattare a piacimento. Sulla nave non potevo sviluppare i negativi, ma li classificai con cura per poterlo fare successivamente a Santiago”. (Pag. 196)

Rappresentare la realtà come è veramente, non una sua rappresentazione. Nelle immagini di Aurora non ci sono segni o simboli, ma il mondo così come lei riesce a percepirlo.  La ricerca delle immagini coincide con la ricerca della vita: rifiutare il convenzionale, quello che è stato già scritto da altri, comprendere quale possa essere il suo posto e  ruolo nel mondo.

“Mi mostri  le sue foto, Aurora,” mi chiese donna Elvira, ma quando lo feci non riuscì a celare la sua disillusione. Credo che si aspettasse qualcosa di più rassicurante rispetto a picchetti di operai in sciopero, casermoni, bambini cenciosi che giocavano nei canali, violente rivolte popolari, bordelli, emigranti rassegnati seduti sui loro bagagli nella stiva di una nave. “Ma, figlia mia, perché non fa delle foto carine? Perché va fino a casa del diavolo, con tutti i bei paesaggi che ci sono in Cile...” mormorò la santa donna. Stavo per spiegarle che più che le cose carine mi interessavano quei visi segnati dalla fatica e dalla sofferenza, ma capii che non era il momento adatto. Avrei avuto modo in seguito di farmi conoscere da mia suocera e dal resto della mia famiglia

“Perché le hai mostrato quelle fotografie? I Dominguez sono persona all’antica, non avresti dovuto spaventarli con le tue idee moderne, Aurora,” mi rimproverò Paulina del Valle quando se ne furono andati. (pag. 203)

“Fotografai i boschi antichi, i laghi di sabbia neri, i fiumi tempestosi di pietre canterine e gli impetuosi vulcani che incoronavano l’orizzonte come draghi addormentati in torri di cenere. Scattai anche fotografie dei fittavoli della proprietà che poi portavo loro in regalo e che ricevevano turbati, senza sapere cosa farsene di quelle immagini non richieste di se stessi. Mi affascinavano i loro volti segnati dalle intemperie e alla povertà, ma a loro non piaceva vedersi com’erano, con i loro cenci e i loro dolori sulle spalle, preferivano i ritratti dipinti a mano per i quali posare con l’unico abito buono, quello del matrimonio, ben lavati e pettinati, con i figli senza moccio al naso”. (pag. 210)

Se la vita è un divenire, se si  manifesta nel cambiamento, allora la macchina fotografica rappresenta uno strumento per immergersi nel flusso continuo delle storie, per osservare, comprendere e dare forma a quanto è in continuo movimento. Aurora, crescendo, passa il tempo a sperimentare nuove tecniche e a scattare foto. E scopre così che

tutto ciò che esiste intesse una relazione, è parte di un rigoroso disegno; quel che a prima vista può sembrare un viluppo di casualità, alla minuziosa analisi della macchina fotografica rivela gradualmente le sue perfette simmetrie. Niente è casuale, niente è banale. Così come nell’apparente caos vegetale di un bosco vige una stretta connessione di causa ed effetto, per ogni albero ci sono centinaia di uccelli, per ogni uccello, migliaia di insetti per ogni insetto milioni di particelle organiche, allo stesso modo i contadini, con i loro lavori o la famiglia in casa, al riparo dell’inverno, sono tessere imprescindibili di un immenso mosaico. L’essenziale è spesso invisibile; è solo il cuore, e non l’occhio, a poterlo cogliere, ma la macchina fotografica a volte sfiora tracce di quella sostanza.” (pag. 212)

Ed è questo che nella sua arte, il maestro Ribero cercava di ottenere e che cercò di insegnare alla sua giovane apprendista: arrivare a vedere dentro le cose, indagare l’anima della realtà.

“Quelle sottili connessioni che prendevano vita sulla carta fotografica mi commuovevano profondamente e mi incoraggiavano a continuare a sperimentare. Nella reclusione dell’inverno aumentò la mia curiosità; nella misura in cui l’ambiente circostante si faceva più asfissiante e chiuso nel suo letargo all’interno dei grossi muri di mattoni, la mia mente diventava sempre più inquieta. Iniziai ad esplorare ossessivamente il contenuto della casa e i segreti dei suoi abitanti. Esaminai con occhi nuovi l’ambiente famigliare, come se lo vedessi per la prima volta, senza dar niente per scontato. Mi lasciavo guidare dall’intuito accantonando le idee preconcette, “vediamo solo quello che vogliamo vedere” diceva don Juan Ribero, e aggiungeva che il mio lavoro avrebbe dovuto mostrare ciò che nessuno aveva visto prima.” (pag. 212).

Crescere significa per Aurora prendere consapevolezza di se stessa, del suo modo di essere al mondo e, in ultima analisi, del suo sguardo, del suo modo di guardare le cose e la realtà. E capisce che per fare fotografie non è necessaria una macchina, si fotografa  con gli occhi, con il cuore. L’atto di vedere non è una semplice registrazione passiva, fare fotografie significa non solo registrare gli sguardi, ma anche i ricordi, i desideri, l’immaginazione. Ribero, con l’avanzare dell’età, diventa cieco ma non perde la capacità di continuare a vedere. “Con gli occhi non vede più niente, ma continuo a guardare il mondo”.

“Il dottore ispirava fiducia, mi risultava facile parlargli di argomenti di cui raramente facevo cenno con altre persone per timore di annoiarle, come al fotografia. A lui interessava perché da vari anni la si stava utilizzando in medicina in Europa e negli Stati Uniti; mi chiese di insegnargli ad usare la macchina fotografica per tenere un registro delle operazioni e dei sintomi esterni dei suoi pazienti da mostrare al conferenze e lezioni e con questo pretesto andammo a trovare don Juan Ribero, ma trovammo lo studio chiuso e un cartello di vendita. Il parrucchiere del negozio di fianco ci spiegò che il maestro non lavorava più per via delle cataratte a entrambe gli occhi, ma ci forni l’indirizzo e andammo a fargli visita. (…) “Non posso più insegnarle niente, amico mio. Il cielo mi ha colpito nel punto più doloroso, la vista. Un fotografo cieco, pensi che ironia della sorte!” “Non vede niente, maestro?” chiesi allarmata. “Con gli occhi non vedo niente, ma continuo a guardare il mondo”(pag. 221)

Ma la fotografia può anche diventare violenta, crudele: come ricorda Susan Sontag, “vi è una sorta di aggressività predatrice nell’atto di fotografare. Fotografare qualcuno è fargli violenza, guardarlo come lui non si è mai visto”. Da brava cacciatrice di immagini, Aurora ha due principi fondamentali: il rispetto e la discrezione, le sue foto sono autentiche, vere, perché i suoi scatti sono fatti con grande rispetto per il soggetto e per se stessa.

Quella festa mi diede l’opportunità di fotografare gli indios a mio piacimento e di stringere amicizia con alcune delle donne, nella speranza che mi permettessero di far loro visita nell’accampamento dall’altra parte del lago, dove si erano installati per passare l’estate. (…) Se fossi riuscita a trascorrere un po’ di tempo con loro, forse si sarebbero abituati alla mia presenza e alla macchina fotografica. Desideravo fotografarli intenti nelle loro faccende quotidiane, idea che fece orrore ai miei suoceri, perché circolava ogni sorta di storia raccapricciante a proposito delle usanze di quelle tribù nelle quali il paziente lavoro dei missionari non aveva lasciato che una sbiadita verniciatine.” (Pag. 226)

Spesso vediamo solo quello che vogliamo vedere. Gli sguardi sono troppo spesso viziati da pregiudizi, da cattive abitudini, banalizzati e omologati da false illusioni. Saper vedere, sembra ricordarci la protagonista, non è così semplice, è il risultato di un lungo lavoro. Dimenticare se stessi, essere dimenticati, ma allo stesso tempo, imparare ad essere presenti al mondo, imparare ad ascoltare se stessi ed il silenzio che ci circonda.  E quello che guardiamo in una fotografia acquista dignità maggiore di ciò che scorre davanti ai nostri occhi in maniera troppo veloce e che spesso non riusciamo a vedere. La messa a fuoco permette una visione più ricca, la cui durata va oltre il momento dello scatto.
E finalmente, attraverso il mirino, Aurora riesce a depurare il suo sguardo dalle sue false convinzioni, e tenendo gli occhi ben aperti, giunge alla consapevolezza di aver sposato l’uomo sbagliato, conosciuto durante uno dei suoi viaggi, Diego Dominguez, che la tradisce con un’altra donna.

“Quello che non era evidente ad una semplice occhiata – per l’abitudine di vedere solo quello che volgiamo vedere, come diceva il mio maestro Juan Ribero – emerse riflesso in bianco e nero sulla carta. Lì iniziò a profilarsi il linguaggio inequivocabile del corpo, dei gesti e degli sguardi. A partire da quei primi dubbi feci ricorso più e più volte alla macchina fotografica; con il pretesto di preparare un album per donna Elvira scattavo in ogni momento istantanee della famiglia, che poi sviluppavo nell’intimità del laboratorio per studiarle con perversa attenzione. Così giunsi in possesso di una miserabile collezione di piccoli indizi, alcuni dei quali talmente labili che solo io, avvelenata dal risentimento, potevo cogliere. Con la macchina davanti al volto, una sorta di maschera che mi rendeva invisibile, potevo mettere a fuoco la scena e al contempo mantenere una distanza glaciale. Verso la fine di aprile, quando il caldo diminuì, le cime dei vulcani si coronarono di nubi e la natura iniziò a ritirarsi per l’autunno, gli indizi di cui parlavano le fotografie mi parvero sufficienti e mi accinsi all’odiosa incombenza di sorvegliare Diego, come una qualsiasi donna gelosa.” (Pag. 229)

Comprendere la vita, il mondo, gli altri attraverso le immagini, sapere vedere il non visibile, saper ascoltare il non detto, è questa la rivelazione che ci farà Aurora alla fine del romanzo. Imparare a fotografare equivale a imparare a vedere, saper catturare l’incessante movimento della vita. Ritornano in mente le parole di Cartier Bresson “Fotografare equivale ad urlare, a liberarsi, non è un modo per provare o affermare la propria originalità. È un modo di vivere”. Aurora trova nelle immagini il suo modo di vivere, di stare al mondo; Isabel Allende, attraverso le parole del suo personaggio, ci invita a trovare il nostro.

Tutte le citazioni sono tratte dalla edizione italiana dell'opera (2003) della Feltrinelli Editore nella traduzione di Elena Liverani



Opere di Isabel Allende

1983 - La casa degli spiriti, Feltrinelli

1984 - D'amore e ombra, Feltrinelli

1987 - Eva Luna, Feltrinelli

1990 - Eva Luna racconta, Feltrinelli 

1992 - Il piano infinito, Feltrinelli

1995 - Paula, Feltrinelli

1998 - Afrodita, Feltrinelli

1999 - La figlia della fortuna, Feltrinelli 

2001 - Ritratto in seppia, Feltrinelli

2002 - La città delle bestie, Feltrinelli

2003 - Il mio paese inventato, Feltrinelli

2003 - Il regno del drago d'oro, Feltrinelli 

2004 - La foresta dei pigmei, Feltrinelli

2005 - Zorro. L'inizio della leggenda, Feltrinelli

2006 - Inés dell'anima mia, Feltrinelli

Siti web

Sito ufficiale: www.isabelallende.com

Voce “Isabel Allende” su Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Isabel_Allende


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