Se vi venisse chiesto di prendere un po’ di spago, un cilindro di cartone come quelli dei comuni rotoli di carta igienica, qualche barattolo di latta usato per le conserve di pomodoro e con questi materiali costruirvi una macchina fotografica, cosa rispondereste?
Qualcuno non soltanto ha creato davvero un così sorprendente manufatto, ma l’ha anche utilizzato come strumento di produzione artistica.
Niente di cui  stupirsi, di oggetti assurdi la storia dell’arte ne è piena, quindi non è difficile credere che  gli apparecchi di  Miroslav Tichy nascano dallo stesso bisogno che portò il futurista Russolo a dare vita ad un’opera come  l’Intonarumori, o dallo stesso desiderio che spinse Alfred Jarry ad ideare la teoria della Patafisica; per questi artisti è imperante la necessità di plasmare il reale in qualcosa di assolutamente privato, di unico, attraverso cui generare e liberare il proprio sentimento artistico.
Miroslav Tichy nasce in Cecoslovacchia nel 1926. Negli anni ’40 frequenta l’Accademia di Belle Arti di Praga periodo in cui la sua produzione consiste in quadri per lo più figurativi.
In seguito, alienato dalla politica del Partito Comunista, con una scelta radicale rifiuta il mondo dell’arte ufficiale e si ritira nel piccolo paese della Moravia vicino a Brno dove era nato. Qui conduce una vita così spartana da rasentare la povertà; l'atteggiamento anticomformista lo porta ad avere problemi con le autorità che lo obbligano a  passare alcuni periodi in prigione e addirittura in cliniche psichiatriche.
Di tanto in tanto negli anni ’50 abbandona i pennelli per scattare fotografie utilizzando macchine da lui stesso costruite con lenti di plexiglass o vetro pulite adoperando una mistura di dentifricio e cenere.
Nei primi anni ’70 decide di abbandonare il suo studio  e distrugge un certo numero dei suoi lavori, quindici anni dopo, nel 1985 smette di fotografare per ritornare al disegno.
Per vent'anni di lui giungono solo poche notizie finché nei primi anni ’90 Roman Buxbaum, un vecchio vicino di casa con velleità artistiche trasferitosi  a Zurigo per esercitare  la professione di psichiatra, non prende a cuore i suoi lavori e lo reintroduce nel mondo dell’arte.
Il curatore Harald Szemann nel 2004 include i lavori di Tichy nel First International Biennial of Contemporary Art di Seville, mentre nell’Aprile  si tiene la sua prima personale alla Nolan/Eckmann Gallery di New York.
Dal 9.11.2007 al 28.03.2008 la Beijing Art Now Gallery propone la prima personale di Tichy in China.
Questo artista-artigiano, che si muove anonimo per le strade  e fotografa attraverso un fondo di bottiglia, scatta immagini che per inquadratura, luminosità e resa ricordano le fotografie prodotte dagli antichi apparecchi “ufficiali”.
Predominante nelle sue opere è la figura femminile ossessivamente immortalata mentre affretta il passo  o prende il sole ai bordi di una piscina. Tuttavia questa  forma di voyeurismo non scivola mai nel volgare, non ha nulla a che fare con la sessualità, semmai si confronta con la sensualità, quella racchiusa in tutti i piccoli gesti della vita quotidiana.
Tichy, artista geniale a metà fra un tardivo bohemienne e un clochard, insegna e  ricorda come al di là della tecnologia la fotografia sia in fondo un istinto, una visione privata e privilegiata del luogo e del tempo, una necessità che pur di consumarsi non esita a fare propri oggetti di riciclo.
Kurt Schwitters usava il riciclaggio a fini artistici, compositivi ed espressivi, i famosi Merzbau: “ la materia non conta” diceva “ciò che conta è darle forma”. Miroslav Tichy fa un passo oltre, vivifica la sua creazione, le dona la funzionalità ed  utilizza  materiali di scarto per fissare il tempo, quello del corpo, su pellicole emulsionate. Non sono certo le immagini tecnicamente perfette a cui si è ormai abituati, non c’è trucco di ritocco e se una macchia c’è, lì rimane, ma  è forse così orribile questo?
Ora viene da chiedersi se in un'epoca di megapixels in cui la qualità, la nitidezza dell’immagine e la velocità delle prestazioni di un’apparecchiatura fanno il mercato, non dovrebbero forse questi mostri  della tecnologia arrossire un po' di fronte alla poesia e, perché no, all’imperfezione delle stampe di Tichy in cui la vita è rappresentata per quella che è, vecchia, con le rughe, sporca, nostalgica, ma dignitosamente se stessa?

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