Ho scambiato qualche "battuta" con Stephen Shore durante l'inaugurazione della mostra "Fotografie 1973-1993" presso la Galleria Contemporaneo di Mestre e l'impressione che ho avuto dell'uomo è in piena sintonia con la sensibilità poetica che esprime gran parte del suo lavoro. Anche Shore, come Robert Adams, ha scritto "sulla" fotografia in un suo libro "The nature of photography". In questo essenziale volumetto, Shore delinea i vari campi d'azione e i parametri entro i quali il fotografo esprime il "livello mentale" dove, in primo luogo, l'immagine si crea e si organizza. Esordisco con questa "citazione" perchè i suoi critici più attenti hanno spesso sottolineato la continua, riconoscibilissima presenza di una consapevolezza, di una razionalità nell'organizzazione del suo lavoro di fotografo. La scoperta del mezzo fotografico è da fare risalire al periodo in cui frequentò nei primi anni settanta la Factory di Andy Warhol e nel 1975 Shore partecipò alla mostra "New Topographics", ma la sua ricerca, a differenza della maggioranza dei fotografi "topografi", non avaeva come oggetto la critica culturale e non si limitava all'ambito locale. Per Robert Adams ed altri il rimpianto per un Ovest "perduto" legittimava il tentativo per immagini di rappresenare il "marcio" che il processo di civilizzazione aveva introdotto. Nei suoi numerosi viaggi verso Ovest (raccolti nel "mitico" Uncommon Places del 1982), Shore, concentra la sua attenzionesui rapporti tra architetture, segni ed oggetti in spazi pubblici. A tal proposito Heinz Liesbrock, nel suo "Non passate i limiti della moderazione della Natura" in Fotografie 1973/93 sottolinea:"Shore probabilmente non è mai passato per una fase in cui è stato un fotografo ingenuo, guidato dalla semplice attrazione sensuale dell'impressione del momento. quello che cerca di ottenere è un equilibrio tra tra il mondo esterno e l'autore fotografo, o, per essere più precisi, un punto assoluto in cui il fotografo con le sue tendenze e preferenze personali, si ritira dietro il mondo visibile e si dissolve nella struttura formale dell'immagine - il che significa, anche precisamente che egli si rende presente in essa. Shore descrive questo ritrarsi in "The Nature of Photographs" quando osserva:"Un fotografo risolve una fotografia più che comporla".

Shore, in una convesazione con Michael Aupig (1981) aveva anche chiarito alcuni riferimenti culturali citando un passo dell' Amleto di Shakespeare (III.ii17-24)"Ma non siate neanche troppo scoloriti: vi guidi il senso del giusto mezzo. Adattate il gesto alla parola e la parola al gesto: con l'avvertenza di non varcare i limiti della naturalezza; perchè ogni eccesso risulta nocivo al fine della rappresentazione..."ed un introduzione alla poesia cinese della dinastia T'ang (curata da W. Bynner nel 1929) , poesia nella quale Shore rintraccia assonanze con la sua personale "poetica":"I grandi poeti cinesi accettano il mondo esattamente come lo trovano in tutti i suoi termini, e con profonda semplicità vi trovano all'interno sufficiente conforto. Anche nella fraseologia essi di rado parlano di una cosa nei termini di un'altra, e possiedono sufficiente abilità e sicurezza come artisti da far diventare belli i termini che in definitiva sono quelli esatti".

Liesbrock interpreta così il pensiero di Shore: "Perchè l'esistente è già bello in se stesso; non ha più alcun bisogno di un Altro, di alcuna formazione soggettiva, che racchiude sempre in sè un rischio di arbitrarietà". Andando più nello specifico della composizione dell'immagine, il critico pone a confronto le foto di Shore con quelle di Walker Evans, evidenziando che: "Nelle immagini di Shore lo sguardo non sembra attratto da alcun oggetto specifico; è piuttosto rivolto all'intensificazione della realtà stessa, intensificazione che emerge non tanto da oggetti individuali quanto da una situazione, alla quale appartengono anche la luce e lo spazio tra le cose in quanto tale". In conclusione del suo saggio Liesbrock prende in considerazione la qualità intrinseca delle immagini di Shore e ne lo da lo studio della luce e del colore che è "realmente una qualita della luce". Una luce che "attenua ogni potenziale violenza del colore e, allo stesso modo,la stessa luce acquista una delicatezza speciale".

I multiformi interessi culturali hanno portato Shore ad impegnarsi in progetti fotografici tra loro molto diversi. Ha raccolto in un libro un lavoro sul giardino di Giverny (Monet) e si è fatto "tentare" dal confronto a distanza con il mitico lavoro di Paul Strand su Luzzara (Un Paese - con testi di Cesare Zavattini), realizzando una serie in bianco/nero di cui resta traccia nel libro "Fotografie 1973/93", ma che è anche disponibile in edizione completa nella collana edita da "Linea di confine per la fotografia contemporanea" (curata da William Guerrieri)

Libri: Uncommon Places (Aperture 1982), The Gardens at Giverny (Aperture 1983), Stephen Shore: Luzzara (Arcadia 1993), The Velvet Years (1995), Photographs 1973-1993 (Schirmer&Mosel 1995), American Surface (1999). I libri segnalati sono quasi tutti disponibili presso: AMAZON e PHOTO EYE


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