Lo scrittore "padovano", Giulio Mozzi nel suo ultimo libro, FICTION, all'interno del racconto: Diario del Cielo, colloca una gustosa "citazione" del modus operandi del poeta francese Francis Ponge (Montpellier 1899): "Io pensavo ad uno scrittore francese, Francis Ponge, un poeta che scriveva quasi sempre in prosa. Ponge faceva dei testi che descrivevano oggetti, cose, a volte animali. Con questi titoli umili - ma orgogliosissimi in effetti, se ci si pensa - come Il pane, Il bicchiere d'acqua, Il gamberetto...E ci lavorava per anni, ricopiandoli, facendo piccoli aggiustamenti, organizzando nuove stesure... Esplorando l'oggetto, ma anche enciclopedie e vocabolari, ciò che la lingua aveva da dire su quell'oggetto... Sul gamberetto, penso che sia restato tutta la vita, o quasi...Finchè, da un certo punto in poi, si decise a pubblicare non solo il testo definitivo, che poi definitivo non era mai, ma tutto il percorso, il dossier, per così dire, il brogliaccio, il diario di lavoro. Diario appunto non di sè, ma dell'osservazione e dello studio dell'oggetto". In questo brano viene fatto cenno alla cifra essenziale della intera produzione dell'appartato poeta francese delle "cose", il rapporto fra le cose, gli oggetti (o gli animali) ed il linguaggio. Secondo Calvino (in Corriere della sera - Felice tra le cose -29 luglio 1979) "Ponge prende un oggetto il più umile, un gesto ,il più quotidiano, e cercare di considerarlo fuori di ogni abitudine percettiva, di descriverlo fuori di ogni meccanismo verbale logorato dall'uso". e Calvino appena più in là rincara la dose: "Ponge è "antropomorfo" nel senso d'una immedesimazione nelle cose, come se l'uomo uscisse da se stesso per provare com'è essere cosa. Questo comporta una battaglia con il linguaggio, un continuo tirarlo e rimboccarlo, come un lenzuolo, qua troppo stretto e là troppo largo, il linguaggio che tende sempre a dire troppo poco o a dire troppo". Calvino in sintesi afferma che il linguaggio è: "il mezzo indispensabile per tenere insieme soggetto ed oggetto". Ma, nel "Partito preso delle cose" (1942), suo testo di riferimento, Ponge finisce per effettuare una vera e propria scelta di campo ed a proposito della chiocciola, con il tocco lieve, ma sicuro che lo contraddistingue, afferma: "Ciò di cui è fatta la loro opera non comporta nulla d'esterno a loro, alla loro necessità, al loro bisogno. Nulla di sproporzionato al loro essere fisico. Nulla che non sia per loro necessario, obbligatorio". Ma il poeta francese compie pochi passi e poco dopo svela la sua originale poetica...sante le lumache?.. "Ma sante in che cosa? Nell'ubbidire precisamente alla loro natura. Conosci te stesso, quindi prima di tutto. E accettati quale sei. In accordo coi tuoi vizi. In proporzione con la misura di te". Jacqueline Risset, nella prefazione all'edizione italiana al "Partito preso..." sottolinea che l'opera di Ponge produce dal suo interno quella che potremo definire una: "allegria materialista, un contatto rinnovato, rinnovante con l'esterno, con le "choses" della "natura" e del mondo", oggetti coinvolti in un: "gioco oggettivo, armonica-disarmonica allegria e decisa messa in questione di ogni fissità, di ogni petrificazione e reificazione; "cose" e "lingua", così messe in presenza, si "rinfrescano", si rianimano a vicenda". Piero Bigonciari nel suo libro Poesia francese del Novecento afferma che Ponge deliberatamente: "abbassa il tono del linguaggio fino a ritrovare in esso, per via semantica la cosa stessa: la forma della cosa come la forma della parola: non la cosa cancellata nella sua primordialità dall'uso che la consuma, ma una forma inusitata in un linguaggio apparentemente utènsile". Ponge, per Bigonciari, tenta una: "reinvenzione del mondo, ricerca la scintilla scoccata dal dito di Dio, attraverso il disegno, che si è confuso, delle cose a causa della loro svalutazione umana".

Sui cespugli tipografici costituiti dal poema, su una strada che non porta nè fuori dalle cose, nè verso al mente, certi frutti sono formati da una agglomerazione di sfere che una goccia di inchiostro riempie.

I monumenti dell'uomo somigliano ai pezzi del suo scheletro, o di qualsiasi scheletro, a grandi ossa scarnificate. Non evocano un abitante alla loro dimensione. Le cattedrali più enormi non lasciano uscire che una folla informe di formiche...

Troppo contento soltanto d'aver saputo scegliere, per questo debutto, il ciottolo: perchè un uomo di spirito non potrà che sorridere, ma forse si sentirà toccato, quando i miei critici diranno: "Avendo intrapreso a scrivere una descrizione della pietra, s'impietrò!"


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