Georges Perec nasce il 7 marzo 1936 a Parigi da genitori ebrei esuli polacchi. Il padre muore in guerra quattro anni più tardi e la madre, internata ad Auschwitz, non ne farà ritorno. Di Perec si occuperanno gli zii che gli permetteranno di portare a termine gli studi liceali e nel 1954 inizia gli studi universitari ad indirizzo umanistico per abbandonarli dopo pochissimo tempo. I suoi primi romanzi risalgono al periodo 1957-1961, arco di tempo durante il quale svolge il servizio militare come paracadutista. Nel 1960 si sposa con Paulette Petràs ed il suo vero e proprio debutto letterario si ha nel 1965 con la pubblicazione di Les Choses. Un anno dopo aderisce all'Oulipo (Ouvroir de Litérature Potentielle) ed ha modo di conoscere, tra gli altri, Raymond Queneau e Italo Calvino. Per molti anni si guadagna da vivere come documentalista per un ente di ricerca medica, al quale affianca l'attività di realizzatore di cruciverba, ma è soltanto dopo il 1978, con la pubblicazione di La vie mode d'emploi e la vittoria del Premio Medicis che può dedicarsi eslusivamente all'attività di scrittore. da allora la sua vita è caratterizzata da un impegno in moltissimi settori cultura (libri, sceneggiatura, critica cinematografica e teatrale, film, testi teatrali, giochi enigmistici, traduzioni, creazioni musicali e radiofoniche). Un tumore polmonare, diagnosticatogli alcuni mesi prima, lo stronca il 3 marzo 1982 ad Ivry.

"Ci sono molte cose in place Saint-Sulpice, ad esempio: un municipio, un ufficio delle tasse, un commissariato di polizia, tre bar di cui uno è anche tabaccheria, un cinema, una chiesa per la quale hanno lavorato Le Vau, Gittard, Oppenord, Servandoni e Chalgrin, dedicata ad un cappellano di Clotario II, vescovo di Bourges dal 624 al 644 e la cui festa ricorre il 17 gennaio, una casa editrice, un impresa di pompe funebri, un'agenzia di viaggi, una fermata dell'autobus, un sarto, un albergo, una fontana ornata dalle statue di quattro grandi oratori cristiani (Bossuet, Fénelon, Fléchier e Massillon), un edicola di giornali, un negozio di oggetti di culto, un parcheggio, un istituto di bellezza e tante altre cose ancora. Molte, se non la maggior parte di queste cose, sono state descritte, inventariate, fotografate, raccontate o censite; Il mio proposito nelle pagine che seguono è stato piuttosto quello di descrivere il resto: ciò che generalmente non si nota, non viene ricordato, ciò che non ha importanza: quello che accade quando non accade niente, se non il passare del tempo, delle persone, delle macchine e delle nuvole" (dalla prefazione a: Tentativo di esaurire un luogo parigino - Ed. Baskerville 1989)

"Ieri c'era davanti al mio tavolo, sul marciapiede, un biglietto della metropolitana; oggi c'è, non proprio nello stesso punto, la cartina di una caramella (di cellophane) e un pezzetto di carta difficilmente identificabile (grande quanto l'involucro di carta delle Parisienne, ma di un blu molto più chiaro" (da:Tentativo...pag 97)

"Vorrei che esistessero dei luoghi stabili, immobili, intangibili, intoccati e quasi intoccabili, immutabili, radicati; dei luoghi che potrebbero essere dei punti di riferimento, dei punti di partenza, delle fonti (...) Tali luoghi non esistono ed è per il fatto che non esistono che lo spazio diventa un problema, cessa di essere evidenza, cessa di essere incorporato, cessa di essere appropriato. Lo spazio è un dubbio: devo continuamente contrassegnarlo, designarlo: non è mai mio, non è mai dato, devo conquistarlo. (...) Lo spazio scivola come la sabbia tra le dita. Il tempo se lo porta via e non ne rimangono che brandelli informi. Scrivere: cercare meticolosamente di trattenere qualcosa, di far sopravvivere qualcosa: strappare qualche brandello preciso al vuoto che si sta scavando, lasciare da qualche parte un solco, una traccia, un marchio, qualche segno" (da Specie di Spazi - Rizzoli 1989)

"Mi piace pensare che questo progetto (Tentativo...) abbia in qualche modo la sua radice in quello ideato a Parigi ottant'anni prima e portato avanti dal fotografo Eugène Atget (1857-1927) Questo si era imposto di fotografare la Parigi a cavallo tra la fine del secolo scorso e l'inizio del nuovo, dalle strade alle piazze, ai negozi, agli ultimi mestieri ambulanti, agl'interni delle case, tutte quelle cose che i fotografi allora in auge non prendevano in considerazione e che la gente non vedeva neanche più tanto erano ovvie, banali, quotidiane. (...) Il drammatico inizio della sua vita spiega non solo la sua reticenza a scrivere di sè, ma anche la sua concezione della persona vista come un'unità esplosa di cui bisogna rimettere insieme tutti i pezzi in un nuovo puzzle. A questo fine, i luoghi e gli oggetti sono indispensabili: "sentirli", descriverli, classificarli costituisce il nucleo non solo di un arte dello scrivere, in Perec, ma di una vera e propria moderna arte della memoria, che, quasi in sordina, egli ci ha consegnato. (dalla postfazione di Eileen Romano a Tentativo di...)