Guido Guidi (Cesena 1941) è una figura di fotografo atipica per il panorama fotografico italiano. Ho avuto modo di conoscerlo in un seminario anni fa e da allora ho seguito con grande interesse la sua produzione fotografica (che so molto più ampia di quella pubblicata). I suoi studi universitari lo hanno avvicinato allo IUAV di Venezia per il quale lavora ancor oggi (insegna anche fotografia all' Accademia Belle Arti di Ravenna), ma il suo personale progetto riguarda un'idea personale e complessa del paesaggio contemporaneo. Come da molti lamentato, le fonti da cui apprendere notizie sull'autore sono veramente scarse ed ho pertanto salutato con piacere nel 1995 presso Art& la pubblicazione di un libro-monografia intitolato: VARIANTI. Questo prezioso "progetto", come lo definisce l'autore, ripercorre la sua avventura fotografica fin dai suoi esordi in bianco/nero. Queste prime immagini ritraggono figure viste attraverso l'occhio dell'arte concettuale dell'inizio degli anni '70 che lentamente lasciano il posto alle prime indagini sulle architetture "minime" degli ambienti rurali o delle periferie. Al 1990 è da far risalire un testo contenuto nel n° 12 della rivista "Fotologia" e redatto, con la maestria che gli apparteneva, dal compianto Paolo Costantini. Nel presentare la serie di immagini intitolata "Casse d'espansione del Fiume Secchia - Rubiera 1989", Costantini delinea un ritratto d'artista che concentra la sua attenzione sulla originalità dell'approccio visivo del fotografo cesenate. Non sfuggono al critico ed all'amico personale i rimandi a certe concessioni e slittamenti stilistici di Guidi che lo riconnettono ad alcune "letture" del fotografo americano Robert Adams (rotazioni dell'asse - inclinazione dell'orizzonte). L'operazione stilistica che si realizza nell'ambito coerente del "grande formato" e che, per questa sua peculiare caratteristica, include una precisa intenzionalità narrativa. Le inclinazioni producono un vero e proprio effetto di straniamento, ma, secondo Costantini, il vero intento del fotografo è l'introduzione di una vena d'ironia svelata da quell'autoritratto all'interno del finestrino, quasi una firma di questo originale lavoro sul territorio. Rimangono vivi i rimandi alle grandi lezioni dei maestri da Strand ad Evans, ma rivisitati attraverso la lezione dei "nuovi topografi" americani al cui lavoro metodologico, critico e fotografico, le immagini di Guidi possono essere assimilate. Al lavoro dei Robert Adams o di Lewis Baltz, alla profonda sintesi critica di Stephen Shore, Guidi aggiunge una sensibilità ed una "cultura" tutta europea. Le sue "letture" dello spazio rimandano alle letture più "letterarie" di George Perec che in "Specie di Spazi" afferma che : "Lo spazio è un dubbio: devo continuamente individuarlo. Non è mai mio, mai mi viene dato, devo conquistarlo". Uno spazio "fragile" che Guidi non cerca di descrivere, ma piuttosto di raccontare attraverso una scrittura, "una sempre maggior consapevolezza della crescente problematicità dello spazio, del suo non essere affatto evidenza, dell'impossibilità di una sua piena appropriazione" Ed è proprio lo scrittore Perec che nel tentativo di interpretare le linee guida del suo lavoro, afferma di essere impegnato nel (vano) tentativo di "trattenere qualcosa, di far sopravvivere qualcosa: strappare qualche briciola precisa al vuoto che si scava, lasciare, da qualche parte, un solco, una traccia, un marchio o qualche segno". La prima cosa che salta agli occhi osservando le sue fotografie è che Guidi traccia sul loro margine inferiore da alcune parole a lunghe frasi in una calligrafia sfuggente la cui decifrazione ci permette di collocarle nello spazio e nel tempo. C'è da chiedersi il perché di questa abitudine e la risposta potrebbe essere trovata nella ricerca del fotografo di correlare immagine e parola scritta o nella necessità di costituire un archivio facilmente consultabile. Un figura d'artista complessa che mi costringe a ricorrere alle parole di Paolo Costantini, che lo conosceva bene, e che nel libro Rimini Nord , citando Calvino: Per orientarsi nel "mare dell'oggettività'", per decifrare il nostro paesaggio quotidiano, gli spazi in cui ci muoviamo, per capire il punto esatto in cui ci troviamo nel "groviglio intricatissimo di segni" che è il nostro mondo, servendosi delle immagini fotografiche, dobbiamo rinunciare a qualsiasi illusione. (...) Quel che conta è il contesto in cui la fotografia prende senso". Più avanti nello stesso, illuminante testo Costantini torna su Calvino per evidenziare che anche in Guidi c'è una propensione allo "sguardo dell'archeologo" con la sua attenzione al dettaglio , alla "stratificazione del presente". Il suo libro-progetto contiene due fotocopie molto "vissute" cui affida il compito di illuminare il lettore sulle sue letture che spaziano dal Daumal del Monte Analogo al contemporaneo Pontiggia, ma mi trova in totale sintonia quando parla della necessità di "camminare" per vedere il mondo. Qualche anno fa in occasione dei workshop del CRAF di Spilimbergo, uno dei suoi incontri si intitolava "La fotografia si fa con i piedi". Non sono riuscito ad avere materiale di prima mano di quell'incontro, ma immagino che, come per l'urbanista Bernardo Secchi (autore della frase: "l'urbanistica si fa con i piedi", anche per Guidi l'intero processo percettivo potrebbe essere riconvertito e recuperato se ci si decidesse di adottare le loro strategie, i loro approcci. Un Guidi che ci trasmette un pensiero "rigoroso" una sorta di nuova attenzione all'eticità delle tracce che di noi lasciamo, ma anche del rispetto che dobbiamo anche agli strumenti del nostro fare. Perfino la "attrezzatissima" Roberta Valtorta non sembra completamente a suo agio davanti alle foto di Guidi (che, come autore, Vittorio Savi ha recentemente definito "beckettiano") e nella prefazione al libro "Il museo diffuso" (contenente anche foto di Ghirri) conclude: "Il lavoro di Guidi lascia affiorare la pensosità di un pensiero orientale dello spazio, sentito non come caos e subbuglio di realtà compresenti, ma come equilibrio di pochi elementi essenziali Fa intravedere il modo lento e denso tipico del grande romanzo europeo della memoria, per il quale il frammento, la cosa piccola sono in verità fonti ricchissime di riflessioni, di analisi e di ritorni, e la realtà è un flusso continuo". Il Guidi "controllato ed esigente" realizza in questi anni serie sulle aree industriali di Portomarghera (Via delle Industrie), ricognizioni su una cava di inerti sul Monte Grappa e diversi lavori sulla Via Emilia. A lui viene concesso l'on(e)ore di aprire la serie Laboratorio di Fotografia per Linea di Confine della Provincia di Reggio Emilia che vedrà in seguito la presenza dei più noti nomi della fotografia internazionale di paesaggio con la serie dedicata a Rubiera, mentre nel 2000 dà alle stampe SS. 9, Itinerari lungo la Via Emilia libro coinvolgente ed interamente ascrivibile alla maturità stilistica dell'autore prodotto dallo IUAV di Venezia e da Linea di Confine. Tornano ad emergere nei lavori di questo periodo le sfocature dei primi piani e dello sfondo che si possono ricondurre alla volontà dell'artistica di andare oltre le consolidate convenzioni tecnico-artistiche. Oltre che i particolari per il tutto anche i soggetti restano isolati come i fogli di un notes su cui idee si sono andati appuntando. Indicatori temporali come la ruggine compaiono spesso nelle sue foto ed anche il degrado di strutture, architetture minime, oggetti di uso comune vanno coerentemente stratificandosi in una rigorosa ed assoluta poetica dello spazio e degli oggetti in esso immersi. In SS. 9 ho trovato di un'allucinante, inspiegabile bellezza le foto che ritraggono una porzione di terreno a distanza ravvicinata in cui la sfocatura volontaria dei piani porta alla decifrabilità di una piccolissima parte del fotogramma. Qui come sempre ed altrove torna a farsi decisiva le scelta delle luminosità "alte" che in Guidi sono sempre presenti ed il controllo del contrasto fa sì che i soggetti assumano un chè di leggero, etereo, impalpabile anche quando si tratta di una porcilaia o di una mangiatoia. Dopo aver realizzato un indagine fotografica sulle Case INA della terraferma veneziana ed un reportage sulla antica Via Napoleonica che lo porta fino in Polonia, illustra (con Michele Buda) il progetto "Nuovo Cimitero di Chioggia" utilizzando, come sempre, la sua mitica Deadorff 20x25. A differenza di Buda, Guidi legge questo territorio "estremo" con la consapevolezza delle profonde relazioni che intercorrono tra l'attuale situazione dell'area e a sua futura destinazione. Chiara valenza di riferimento semantico assume quel misero arbusto che svetta in un campo devastato da un recente incendio. A compendio delle immagini e in simbiosi con esse compaiono i testi di Giulio Mozzi che ripropone una lettura "perimetrale" di porzioni di spazio sempre più anguste (leggi anche in Fantasmi e Fughe il capitolo (Cose) sull'incontro con Guidi durante il lavoro sul PRG di Brescia). Un fotografo ed uno scrittore a contatto con una realtà ed un territorio: il primo "legge" la sua desolante anonimia e le sue piccole tragedie, il secondo "fotografa" il terreno mettendo insieme, lattina dopo lattina, pacchetto dopo pacchetto un inventario di oggetti da discarica, ma ambedue, forse inconsciamente, cercano di riscrivere, da par loro, un pezzo di storia con i loro strumenti e con le loro sensibilità. Su sollecitazione dell'amico Maurizio Cosua, artista contemporaneo veneziano, realizza una serie di immagini - Madonna dell'Orto 3535 Venezia - che ritraggono l'atelier dell'artista e l'installazione della relativa mostra presso lo Studio Camuffo di Venezia. Anche in questa situazione, che poteva sembrare limitante, l'occhio e la sensibilità di Guidi sono riusciti a "produrre" del materiale di indubbio fascino e a rendere attraverso la gamma di colori dei materiali naturali le atmosfere e le forti sensazioni vissute da chi la mostra l'ha visitata in loco. Lo spazio Antonino Paraggi di Treviso ospita in questi giorni il più recente dei lavori del fotografo cesenate, Strada Ovest 2002, primo atto di un ambizioso progetto di lettura fotografica del territorio promosso da Marco Zanta per l'Arci di Treviso. Compaiono tra le immagini di questa serie molte fotografie di formato quadrato realizzate da Guidi con una macchina medio formato che gli ha consentito una maggiore "agilità" nell'approccio al soggetto "stradale" . Ma è allo stesso Marco Zanta, fotografo ed amico di lunga data di Guidi, che dobbiamo le più recenti note sul lavoro del "maestro". Secondo il fotografo trevigiano possiamo individuare, nell'opera di Guidi, un decisivo momento di svolta riconducibile al suo "incontro" con l'opera e la personalità dell'architetto Carlo Scarpa. Quest'incontro "cambia, infatti, la tavolozza di riferimento di Guidi che si restringe arrivando ad articolarsi, nel lavoro sulla Strada Ovest intorno ai "soli" verdi ed azzurri". Il Guidi del colore "poetico'" delle serie da "Via delle Industrie" a "Monte Grappa" cede il passo, secondo Zanta, agli acidi e scarni cromatismi della "Strada Ovest". L'orizzonte,nelle foto di Guidi, tende a sparire per lasciare spazio ad uno sguardo diretto "verso il basso", alla ricerca dell' "oggetto trovato" di derivazione dada. Profondo conoscitore dell'opera di Guidi, Zanta concentra la sua attenzione sulla problematicità dell'opera del fotografo cesenate, autore di una fotografia "dolorosa" che non riesce ad esimersi dall'auto-interrogarsi. Guidi fotografa, nelle parole di Zanta, per "creare superfici su cui potersi interrogare" ed è nella frammentarietà intrinseca al lavoro sulla Strada Ovest che Zanta vede il desiderio di Guidi di trasmettere, attraverso la sua notevole segmentazione, "quella sensazione di vuoto che sola ci può spingere a interrogarci sul concetto di spazialità". Concludo queste mie considerazioni con un riconoscimento al Guidi "didatta" della fotografia che attraverso la sua attività di seminario e nei suoi workshop invece di parlare ai suoi giovani ascoltatori di diaframmi e profondità di campo, riesce a trasmettere attraverso le sue "ponderate" parole quell'indefinita piacevole ed estatica sensazione che si prova nella contemplazione delle migliori prove di un certo... Piero della Francesca e... scusate se è poco!


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