La fotografa di Frank Gohlke (1942) fa appello all'intelligenza, alla memoria ed alla immaginazione. Golke pensa al suo lavoro come ad una storia, ad un racconto e come autore si colloca nella posizione di chi studia la terra per quello che ci può dire su se stessa, sulle nostre reazioni, delle nostre memorie e valori. E' sua ferma convinzione che la fotografia può farci ritornare dall'arte al mondo. Le sue fotografie non sono scioccanti, partono piano, ma quando entri in relazione con loro puoi stare lì a guardarle per molto tempo senza stancarti. Gohlke vive i paesaggi che nella sua carriera si è trovato ad "interpretare" in modo differente a partire dal rapporto empatetico ed archetipico che ha instaurato con il suo paesaggio (Texas). Nelle montagne del Pacific Northwest (1981-84) ed in Francia (Mission de la Datar) esprime il suo rapporto emozionale con la terra realizzando immagini che sono variazioni di un originario schema visivo. Gohlke dimostra così attraverso la sua rigorosa organizzazione di ogni immagine, che non concede nulla al pittoresco, come un taglio dissennato della foresta ha portato all' aumento della vulnerabilità agli elementi di molte miglia quadrate di territorio. Davanti al portico di Gohlke a Minneapolis c'era un gruppo di Silos le cui torri svettavano tra la periferia e la città di St. Paul. Quelle particolari costruzioni, che Le Corbusier aveva denominato "Cattedrali della Prateria", divennero ben presto i suoi soggetti preferiti ed alla loro "ricerca" finì per percorrere almeno un terzo del continente. Dal 1973 al 1977 pecorse il paese in lungo ed in largo delineando attraverso le sue immagini di strade, ponti, pianure, una vera e propria "storia" del Midwest investigando in particolar modo le relazioni intercorrenti fra i soggetti e l' immenso orizzonte di quella parte degli USA. E' stato allievo di Paul Caponigro dal 1967 al 1968 e ha risentito dell'influenza del lavoro di Walker Evans (che incontrò a New Heaven nel 1967 e da cui fu incoraggiato). A proposito del suo rapporto con l'orizzonte ebbe a dire: "Mi ricordo che fui molto impressionato dai cieli del Texas, dove vivevo, e ricordo che, da bambino, ero tanto attratto dall'orizzonte che nelle mie gite in bicicletta prendevo una direzione e la seguivo fino a quando finivo per spaventarmi per l'ora tarda". Potremmo definire l'opera di Gohlke come una critica dell'arte del paesaggio, della sua retorica visuale, della sua storia e dei suoi contenuti etici. A proposito dei Silos (Grain Elevator) Gohlke li fotografò sistematicamente creando un archivio del materiale raccolto considerando l' "oggetto" anche dal punto di vista storico, dei materiali, ma soprattutto indagando i rapporti con ciò che li circondava. Nell'Aprile del 1979 raggiunse Wichita Falls, appena devastata da un tornado e realizzò una serie di immagini che richiamarono l'attenzione di un altro grande fotografo, Robert Adams che scrisse in una sua raccolta di interventi: "Le foto di Gohlke rappresentano un territorio che sembra uscito da un attacco nucleare, ma a differenza delle foto dei quotidiani, Gohlke ha voluto testimoniare, attraverso la ricerca di un "ordine" interno alla catastrofe, che lui crede alla persistenza della forma, le sue foto sono metafore, cercano un significato all'apocalisse. La vita da un senso all'arte". L'anno dopo Gohlke tornò a Wichita Falls per realizzare una serie di immagini riprese dagli stessi punti di vista dell'anno prima con l'intento di "testimoniare" il lavoro di ricostruzione. Nello stesso periodo venne a sapere dell'eruzione del vulcano Mount St. Helens. Gohlke considera le foto realizzate sul Mount St. Helens come un altro paragrafo del suo tentativo di raccontare il rapporto tra l'uomo e l'ordine naturale. Su quella montagna infatti, Gohlke può notare e registrare l'intervento massiccio dell'uomo con la sua attività di disboscamento e porlo in relazione con l'attività distruttiva del vulcano. Nel 1975 partecipa alla mostra "New Topographics, Photographs of a Man-Altered Landscape a Rochester, ma verso i Nuovi Topografi e soprattutto verso il termine, che trovava restrittivo, finì per esternare un certo disappunto. Il suo interesse per l'orizzonte, spesso in relazione con i Silos rimase preminente e nelle sue riflessioni ama sottolineare che in una foto ripresa da lontano il Silos occupa una porzione piccolissima della superficie della stampa e che ben presto l'interesse dell'osservatore si sposta sugli altri elementi che "ingombravano" l'orizzonte dai filari di alberi alle condizioni metereologiche in atto. Negli anni scorsi ha realizzato per "Linea di Confine per la fotografia Contemporanea" un workshop sul "Parco del Gigante" (RE).

"Le montagne sono belle, ma io non posso vivere lì per molto. Il mio sguardo deve poter spaziare almeno per cinque miglia in ogni direzione per sentirmi bene! In posti dove c'é molto da vedere, dove gli stimoli visivi sono così addensati che l'occhio ne è riempito ovunque si posi, la mia risposta tende a diventare passiva e convenzionale. In posti dove sembra non esserci niente da vedere, i miei occhi devono impegnarsi al massimo e perciò paradossalmente, io vedo di più! Bellezza e grandiosità possono essere distrazioni quando si cerca di capire come un dato pezzo di terra è stato modellato. Il paesaggio è un principio attivo. La sua esistenza è il risultato delle azioni umane e dei processi naturali in mutevoli combinazioni e la sua comprensione richiede che i sensi, la mente e l' immaginazione siano completamente coinvolti con i fatti che si svolgono davanti a loro. Ogni cosa in un paesaggio ha un suo significato. Considerare il paesaggio come un tessuto di relazioni è la naturale conseguenza dell'assunto che il paesaggio è una creazione degli uomini anche quando la sola azione coinvolta è l'atto stesso della percezione. Lo spazio manifesta la sua peculiarità, il luogo diventa vivo quando la presenza umana si manifesta al suo interno. "Negli Stati Uniti c'é più spazio dove non c'è nessuno che spazio dove c'è qualcuno. Ciò ha fatto dell'America quello che ora è!" (Gertrude Stein). Quando mi accadde di leggere le parole della Stein nel 1974, mi furono di aiuto per capire cosa io volevo fotografare: lo spazio dove non c'è nessuno, il vuoto della prateria". (Frank Gohlke - Measure of Emptiness - Grain Elevator in the American Landscape -- Johns Hopkins University Press 1992)


American Photographers
FOTOlogie