Luigi Ghirri (Scandiano 1943 - Roncocesi 1992) è stato uno dei più influenti fotografi europei cui si devono contributi ed iniziative che hanno vivacizzato l'asfittica atmosfera della fotografia italiana dalla metà degli anni '70 in poi. I suoi primi scritti sulla fotografia risalgono al 1973 e sono raccolti insieme a tutti gli altri redatti come introduzioni ai suoi lavori fotografici, presentazioni di mostre ed articoli su quotidiani nel bel libro (Niente di antico sotto il sole, Ed. SEI 1997) affettuosamente curato dal compianto Paolo Costantini e da Giovanni Chiaramonte. Ho imparato, come fotografo e come ricercatore, attraverso la lezione di Ghirri, che è necessario: "nell'unità vivente di parola ed immagine, nel rispecchiamento reciproco di pittura, musica e poesia...uno sguardo nuovo sul mondo (...) evento di un uomo che pieno di stupore e meraviglia ritrova nella fotografia ed attraverso la fotografia la gioia di vedere e far vedere il senso, la necessità, il mistero di ogni figura che appare nel mondo e si riflette, attraverso lo sguardo nelle stanze della nostra memoria, da un manto di stelle accartocciato sino al Davide di Michelangelo in un posacenere di plastica" (Costantini). In un dattiloscritto del 1984 (La fotografia: uno sguardo aperto), programma di un seminario all'Univ. di Parma, Ghirri torna sull'argomento ed afferma: "Al di là degli intenti descrittivi ed illustrativi, la fotografia si configura così come un metodo per guardare e raffigurare i luoghi, gli oggetti, i volti del nostro tempo, non per catalogarli o definirli, ma per scoprire e costruire immagini che siano nuove possibilità di percezione". Nel 1986 riprende un tema a lui caro e delinea uno rapporto di scala con il mondo rappresentato: "Quell'omino (quello degli atlanti dell'infanzia di Ghirri) era in uno stato di continua contemplazione del mondo e la sua presenza conferiva a queste un fascino particolare. Non solo era il metro di misurazione delle meraviglie rappresentate, ma grazie a questa unità di misura umana mi restituiva l'idea di spazio. Quando più tardi ho iniziato a fotografare, ho continuato a guardare le fotografie di paesaggio, non ho più trovato l'omino. Scenari stupendi, fondali, spazi sempre più deserti ed incomprensibili, si susseguivano, si moltiplicavano in modo sempre più vertiginoso. Ma tutto questo mi sembrava inabitabile, o meglio i luoghi si erano dissolti, erano rimasti splendidi fondali in bianco e nero o in technicolor, l'omino era sparito; se ne era andato via, aveva portato con sé la rappresentazione dei paesaggi e vi aveva lasciato il loro simulacro". Attraverso i testi di Ghirri scopriamo anche un suo costante interesse per la fotografia americana contemporanea, connota magistralmente, in parte criticandola, l'opera di Ansel Adams (wilderness?) e si apre con oculate considerazioni alla generazione dei New Topographics. A William Eggleston (dalla critica definito l'alfiere del "banalismo fotografico") dedica alcune pagine fondamentali commentando il suo stupore nell'osservare il "cambiamento" dello stile riscontrabile nell'autore statunitense nelle foto esposte nel 1984 al Forum Stadtpark di Graz .Ghirri afferma Eggleston con il suo nuovo "stile" evidenzia che: "questa vertigine della precisione (cara a molti nei New Topographics ed agli "americani" della nuova generazione, in generale, -ndr-) non corrisponde più al nostro modo di guardare il mondo; la dissoluzione del reale e dello sguardo che noi posiamo su questo, è per il momento irreversibile (...) è come un film impazzito, ottenuto dal montaggio di diverse immagini che sembrano girate nell'incerta stagione del dormiveglia, dove tutto appare impreciso e non definito, ma in cui la percezione giunge a profonda lucidità (...) Eggleston ha intuito, nella precisione "iper" di molta fotografia contemporanea, il pericolo di una anestesia dello sguardo". Nel 1992 (anno della sua morte) la galleria d'Arte Moderna di Bologna gli ha dedicato la prima retrospettiva ed il libro-catalogo intitolato: Vista con Camera 200 fotografie in Emilia Romagna si apre con una delicata introduzione della Sig.ra Paola Ghirri, moglie di Luigi, che, con Ennery Taramelly, delinea così l'avventura umana ed artistica del marito: "Le tracce di Pollicino vogliono essere un viaggio a ritroso nel tempo, alla scoperta del bizzarro universo, fisico ed umano, dove l'autore ha vissuto l'infanzia e l'adolescenza: un microcosmo che avrebbe legato il "magico giocattolo" fotografia allo "stupore" incantato con cui i suoi occhi di bambino avevano dischiuso lo sguardo sul mondo (...) Le tracce di Pollicino sono un invito a varcare una soglia e credere ancora nei sogni, nell'utopia e nella verità della poesia". Nel 1989 la "strana" coppia di amici Luigi Ghirri e Gianni Celati aveva, ognuno con la propria eccelsa capacità descrittiva ed interpretativa "letto" quel paesaggio per noi così domestico che è la Pianura Padana nel libro: Il profilo delle nuvole (Feltrinelli Ed.). Forse ad una penna così volutamente e poeticamente visionaria Ghirri ha lasciato la più alta testimonianza del suo affetto per il mondo: "Ghirri riconduce tutte le apparenze e apparizioni verso quell'ultimo sfondo, verso il limite sul quale l'aperto si fa mondo. Riesce a farlo attraverso la visione atmosferica, cioé attraverso il sapore affettivo dei colori e dei toni. E ciò gli permette di presentare tutte le apparenze del mondo come fenomeni sospesi, e dunque non più come fatti da documentare. Ogni momento del mondo è riscattato dalla possibilità di ridargli una vaghezza, cioè di riportarlo al sentimento che abbiamo dei fenomeni". Il sodalizio con Gianni Celati ha dato anche altri buoni risultati nel Quaderno di Lotus n° 11 (Electa) dedicato al Paesaggio Italiano dove lo scrittore riconosce al fotografo di: "essere riuscito a raccontare la fissità dello spazio vuoto, lo spazio che non si riesce a capire. Ha compiuto una radicale pulizia negli intenti o scopi dello sguardo. Finalmente ci ha fatto vedere uno sguardo che non spia un bottino da catturare, che non va a caccia di avventure eccezionali, ma scopre che tutto può avere interesse perchè fa parte dell'esistente. (...) Ci sono mondi di racconto in ogni punto dello spazio, apparenze che cambiano ad ogni apertura d'occhi, disorientamenti infiniti che richiedono sempre nuovi racconti: richiedono soprattutto un pensare-immaginare che non si paralizzi nel disprezzo di ciò che sta attorno" (Finzioni a cui credere, un esempio). Tra le attese ristampe di singoli lavori spicca il recente "Atlante" che contiene insieme alle immagini, forse, tra le più "concettuali" del fotografo di Scandiano, sono così introdotte dal fotografo stesso: "il viaggio sulla carta geografica, peraltro caro a molti scrittori, penso sia uno dei gesti mentali più naturali in tutti noi , fin dall'infanzia (...) In questo lavoro ho voluto compiere un viaggio nel luogo che invece cancella il viaggio stesso, proprio perchè tutti i viaggi possibili sono già descritti e gli itinerari sono già tracciati. Le isole felici care alla letteratura e alle nostre speranze, sono state tutte descritte, e la sola scoperta o viaggio possibile, sembra quella di scoprire l'avvenuta scoperta". Nell'acuto saggio contenuto in Atlante, Vittorio Savi incornicia l'avventura artistica di Ghirri nel panorama artistico contemporaneo e sottolinea i numerosi rimandi di cui è piena l'opera del fotografo, ma tocca le corde più remote del sentimento quando raccontando a suo modo gli ultimi giorni dell'amico, le sue ultime foto scattate in un paesaggio brumoso, innevato nel febbraio del 1992, dice: "Qualora si fossero impaginate e rilegate, queste mappe dell'intensità interiore costituirebbero anch'esse un ATLANTE. Continua a sorprendere, sfogliando la "monumentale" monografia che la Federico Motta ha dato alle stampe nel 2001 (Luigi Ghirri, a cura di Massimo Mussini) il livello qualitativo della sua produzione e non nascondo una certa difficoltà ad articolare la vasta mole di spunti di riflessione che ogni serie fotografica propone all'osservatore che abbisognerebbe di spazi ed ambiti diversi. Per un fotografo come me, Ghirri continua ad essere una fonte inesauribile di forti esperienze "visuali" e mi piace pensare al suo vasto corpus di immagini e di scritti come una vera e propria "carezza fatta al mondo".


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