Gianni Celati (Sondrio 1937) esordisce come scrittore nei primi anni '70 con un breve romanzo, Comiche, presentato al pubblico da Italo Calvino. In quegli anni pubblica ,anche, altri tre lunghi racconti avventurosi raccolti ora in volume, tra cui Le avventure di Guizzardi (Premio Bagutta '72). Dopo un lungo silenzio è tornato alla narrativa con tre libri di racconti: Narratori delle pianure (1984), Quattro novelle sulle apparenze (1987) e Verso la foce (1989). Nel 2001 ha pubblicato una nuova raccolta di racconti intitolata : Cinema Naturale. Celati è anche ottimo traduttore di alcuni dei più importanti autori in lingua francese ed inglese.

Nel libro del 1989, Verso la foce, cui rimando per una approfondita conoscenza delle tematiche care all'autore, Celati percorre in compagnia di alcuni fotografi, lunghi tratti della pianura padana redigendo un avvincente diario di questa sua esplorazione:

"Da queste parti l'altra volta m'era venuta l'idea di un silenzio residenziale, un silenzio tutto diverso da quello degli spazi aperti. E anche le case non sembrano case, piuttosto dimostrazioni di un'idea di casa, da opporre all'orizzonte pesantissimo pieno di camion e maiali. Sono attratto da queste casette incantate per qualcosa che non so spiegare, una sospensione, un dismemorarsi di tutto che mi viene in gola".

"Non lo stradario a traiettorie ortogonali delle città moderne, ma tutto un innesto di movimenti sinuosi su altre linee sinuose con deviazioni dovunque, che fanno venire in mente quale miracolo della vita animale sia una città. Poi l'impressione che in tutte queste strade e stradine devianti, la numerazione delle case e la nominazione municipale delle strade debbano essere arrivate come idee incomprensibili, in un luogo che va tenuto a mente in altro modo: con l'immaginazione del corpo che si muove in uno spazio d'affezione".

"Descrizione del luogo: uno stradone stretto che va a zig zag per piatte campagne, solo qualche vecchia casa colonica in vista, soprattutto villette con orticelli pieni di fiori, ma qui senza addobbi, completamente disadorne. All'ingresso della località in questione alberi lungo il marciapiede, un grande silenzio dalle case, pochi automezzi in transito. Bambini che giocavano in mezzo alla strada con grandi sacchi di nylon, correvano per riempirli d'aria e poi cercavano di fare dei bei salti per mettersi a volare".

"Contro il cielo su un argine papaveri mossi dal vento, e un cielo così cupo, così pesante. Campagne vuote. Tutto questo mi dà voglia di scrivere, come se le parole seguissero qualcosa che è fuori di me. Se guardo in distanza, prima di tutto c'è una grande apertura nello spazio là fuori, il vuoto che accoglie tutte le cose: solo in un secondo tempo l' apertura si restringe per fissarmi su qualcosa che manda un richiamo, come quando in un film di John Ford spunta un indiano all'orizzonte. Noi siamo guidati da ciò che ci chiama e capiamo solo quello; lo spazio che accoglie le cose non possiamo capirlo se non confusamente. Idee che mi sono portato in viaggio, ricavate da un pensiero di Leopardi (1821)".

"Le cose sono là che navigano nella luce, escono dal vuoto per aver luogo ai nostri occhi. Noi siamo implicati nel loro apparire e scomparire, quasi che fossimo qui proprio per questo. Il mondo esterno ha bisogno che lo osserviamo e raccontiamo per avere esistenza. E quando un uomo muore porta con sé le apparizioni venute a lui fin dall'infanzia, lasciando gli altri a fiutare il buco dove ogni cosa scompare".

Dello stesso anno è un libro realizzato in collaborazione con il fotografo Luigi Ghirri, Il profilo delle nuvole (Fetrinelli Editore). Dall'ampia introduzione ho tratto alcune illuminanti riflessioni sul lavoro di Ghirri e sul rapporto di Celati con il paesaggio:

"Le foto di Ghirri producono per contagio un'appetenza dello sguardo, che è essenzialmente attenzione allo splendore di tutte le cose avvolte nella luce. Questo splendore è la loro gloria, che non appare tale al disincantato ed all'uomo infelice. Appare tale all'uomo che per qualche motivo si trovi in buona compagnia con l'orizzonte e col cielo, questi due limiti ultimi del grande teatro naturale di tutte le immagini".

"Ghirri riconduce tutte le apparenze e apparizioni verso quell'ultimo sfondo, verso il limite sul quale l'aperto si fa mondo. Riesce a farlo attraverso la visione atmosferica, cioé attraverso il sapore affettivo dei colori e dei toni. E ciò gli permette di presentare tutte le apparenze del mondo come fenomeni sospesi, e dunque non più come fatti da documentare. Ogni momento del mondo è riscattato dalla possibilità di ridargli una vaghezza, cioè di riportarlo al sentimento che abbiamo dei fenomeni".

"In Walser sembrerebbe che solo un laborioso esercizio per usare bene l'inautenticità, l'artificialità di tutte le parole e le immagini, possa riscattare ogni momento del mondo. Che possa trasformarli tutti in fenomeni del grande teatro naturale, chiuso soltanto dall'orizzonte e dalla tenda del cielo. Che, finalmente, tutta l'artificialità dell'arte e della vita, non siano più colpe da cui dovremmo riscattarci, ma siano prima di tutto segni di buona volontà. Il pianto della donna di cui parla Walser non è che il fondo affettivo di tutto questo, la pietà per il mondo".

"Non c'è più nessun grande viaggio che sia più emozionante d'una passeggiata per vedere i colori del mondo. Forse adesso cominciamo a riconoscerlo questo teatrino a larghissimo proscenio, chiuso soltanto dalla tenda del cielo, questo magazzino delle forme d'arte e d'illusione che è il paesaggio italiano".

"Ma solo di qui può nascere l'idea che ci sia "qualcosa da vedere", come una qualità assoluta dei luoghi, quotata da un listino di valori. Mentre in realtà non c'è mai niente da vedere, ci sono solo cose ci capita di vedere con maggior o minor trasporto, indipendentemente dalla loro qualità. Un lutto attenua tutti i colori d'un paesaggio, e un innamoramento li ravviva".

Ho conosciuto personalmente Gianni Celati durante la presentazione del suo libro Verso la foce a Venezia ed ho apprezzato le sue qualità umane oltre che "letterarie" ed ora che ho ripreso in mano il materiale che lo riguarda, mi tornano in mente le parole di Salinger...

"Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue...vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira" (da: Il giovane Holden)


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