In un racconto pubblicato nel 1970 nella raccolta "Gli amori difficili" ed intitolato: "L'avventura di un fotografo", Calvino torna ad interessarsi delle questioni riguardanti la rappresentazione fotografica. Quindici anni prima (1955), durante la collaborazione a "Il Contemporaneo" aveva scritto un articolo a sfondo "sociologico" in cui tracciava un quadro del rapporto pseudo-maniacale che il dilettante intrattiene con il mezzo fotografico. Echi di quella posizione si rintracciano in questo lavoro della piena maturità che preannuncia le interrogazioni sulla "superficie del mondo" che saranno la cifra di "Palomar". Il protagonista del racconto Antonino Paraggi si propone di approfondire i "meccanismi più segreti della sua ricerca" in netta contrapposizione con la superficiale adesione dei suoi amici "dilettanti" alla "moda fotografica". L'ingresso sulla "scena" di due sue amiche, Lydia e Bice, con la loro esplicita richiesta di essere ritratte insieme durante i loro giochi da spiaggia forniscono a Paraggi il materiale per la sua prima "interrogazione": "Cosa vi spinge ragazze a prelevare dalla mobile continuità della vostra giornata queste fette temporali dello spessore di un secondo?". In un secondo momento, Paraggi decide di utilizzare un più statica attrezzatura "da studio" corredata di cavalletto e telo nero. Attraverso il mirino della macchina fotografica riesce ora a vedere i più minuti particolari del viso di Bice (che accetta, sola, di divenire l'oggetto della ricerca di Paraggi), ma soprattutto si rende conto che "c'erano molte fotografie di Bice possibili e molte Bice impossibili a fotografare, ma quello che lui cercava era la fotografia unica che le comprendesse tutte". Una scoperta che lo sconcerta e che lo predispone ad una scelta che anziché indagare sulla Bice "profonda" predilige una Bice "superficiale". Traspare in questa fase della ricerca di Paraggi il timore di incappare nelle "sabbie mobili" degli stati d'animo (mutevoli) e dell'indagine psicologica. Sceglie, cioè, di fotografare la "maschera" di Bice cercando di cogliere attraverso di essa le stratificazioni storiche e sociali che, nel tempo, si sono sedimentate sulla sua superficie. Paraggi individua in un certo periodo della vita di Bice l'immagine più appropriata, Bice viene ritratta dal fotografo nelle vesti di una tennista nell'atto di rinviare una palla oltre la rete ed in questo gesto è facile rintracciare significativi rimandi all'azione del "respingere lo sguardo" (cit. Roland Barthes - La camera chiara - Ed. Einaudi). Ma Paraggi è appena all'inizio di una ricerca ed il passo successivo sembra in antitesi totale con i primi approcci. Il fotografo, infatti, sceglie di indagare l' "essenza atemporale, impersonale" della Bice fotografandola in studio fino a quando ottiene la disponibilità di Bice a ritrarla nella sua nudità. Paraggi entra in "possesso" di Bice e nel racconto della seduta di posa il fotografo descrive il movimento di allontanamento dal soggetto che gli permette una sua totale "com-prensione". Fotografare Bice in tutti i modi possibili, a tutte le ore del giorno e della notte, diviene l'ossessione di Paraggi. L'evoluzione del "metodo" d'indagine di Paraggi è stata ben delineata da Marco Belpoliti che, nel suo ottimo saggio " L'occhio di Calvino"- Einaudi Ed. 1996 , afferma: "Paraggi, in pratica, fotografa prima la maschera per poi indagare il molteplice che è contenuto nell'uno, cerca di scattare l'unica foto di Bice che contiene tutte le Bice possibili". Calvino, a questo punto del racconto, propone, in nuce, la sua ipotesi di descrizione della superficie del mondo che ritiene "inesauribile" e finisce per dare un giudizio di valore sull'operato di Paraggi impegnato a realizzare la sua serie infinita di fotografie nel tentativo di catturare "tutte le Bice possibili". Ma Paraggi vuole andare oltre e studia una modalità di ripresa che gli dia un'immagine di Bice che non impressioni consapevolmente la pellicola, colta in una "istantanea" a sua insaputa. Una Bice la cui "presenza presuppone l'assenza di lui e di tutti gli altri". Ma una "Bice in assenza è l'assenza di Bice" (Belpoliti 96). A questo punto la storia d'amore tra fotografo e modella finisce bruscamente e per Paraggi è giocoforza fotografare l'assenza di Bice. Assediato, circondato dalle migliaia di fotografie realizzate nelle fasi precedenti della sua ricerca, si concentra sugli oggetti che facevano da contesto alle immagini della ragazza. Ed è di questi oggetti che decide di realizzare un catalogo, un vero e proprio catalogo di tutto quello che risulta "refrattario" alla fotografia o alla visione in senso lato. Paraggi, a questo punto, diventa l'alter ego dell'autore Calvino attraverso il quale "passa" una concreta adesione ai tratti essenziali della poetica minimalista. Fotografa, Paraggi, quello che nessuno al mondo aveva visto perchè nessuno prima di lui l'aveva "reso visibile": un'angolo della stanza completamente vuoto con un tubo del termosifone e nient'altro..."ebbe la tentazione di fotografare quel punto e solo quel punto fino alla fine dei suoi giorni. Paraggi finisce per ammettere (precedendo Palomar) che la fotografia realizza un rapporto tra superfici ed il passaggio delle immagini attraverso gli strumenti del comunicare evidenziano che "l'immagine del mondo è il mondo in immagine" ed un argine a quella famosa "follia" di cui si parla nell'articolo del '55 si può solo cercare di arginare attraverso la presa di coscienza dell' "incommensurabilità" dello spazio e del tempo da rappresentare. Nell'ultima fase di questa ricerca, Paraggi diviene consapevole del fatto che una "fotografia totale" può essere data solo dalla giustapposizione di "oggetti pubblici ed oggetti domestici fotografati nella sua casa" e di conseguenza per il Paraggi-Calvino è facile concludere che la "fotografia totale è un mucchio di frammenti di immagini private sullo sfondo sgualcito delle stragi e delle incoronazioni. Il racconto si conclude con un ulteriore "pessimista" colpo di scena: Paraggi raccoglie tutte le foto scattate e le pellicole utilizzate durante la sua ricerca in un involto di carta di giornale pronto per essere gettato nella pattumiera. Ma prima di compiere questo gesto "estremo", Paraggi fotografa per intero questa accozzaglia di elementi, questo "collage" improvvisato ed inatteso. Questo importante momento della narrativa calviniana fornisce all'autore un'occasione per riflettere sulla sua scrittura del mondo, inesauribile, anch'essa come lo spazio (e il tempo) che Paraggi aveva cercato di rappresentare nella sua ossessiva ricerca.


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