Robert Adams è una personalità di spicco ed un punto di riferimento stabile per l'intera generazione di fotografi che si sono confrontati con wilderness e la sua rappresentazione fotografica. Adams è nato a Orange (New Jersey) nel 1937 e vive nel Colorado, in un piccolo centro a ridosso delle Montagne Rocciose. Ha studiato ed insegnato letteratura prima di dedicarsi completamente alla fotografia. Nel 1976 ha partecipato alla mostra "New Topographics" a Rochester e nel 1989 una sua grande retrospettiva è stata allestita al Philadelphia Museum of Art. E' un fotografo "colto" cui si devono pagine importanti sul rapporto uomo-natura e sulle trasformazioni in atto nel paesaggio americano. Taluni critici gli "rimproverano" una venatura di nostalgia e rimpianto che permea i suoi scritti, ma bisogna riconoscere che siamo davanti ad un testimone diretto, coinvolto in prima persona, non solo visivamente, nella una rovinosa e repentina "devastazione" di un immenso territorio a lui particolarmente caro. Nonostante tutto Adams esordisce nel suo bel saggio intitolato Alla ricerca di un silenzio adeguato (Toward a proper silence) contenuto in La Bellezza in Fotografia (Ed. Einaudi 1995 - traduz. Paolo Costantini e Antonello Frongia), con una speciale "esortazione":

"Cerchiamo sempre di non essere sentimentali, di non provare per un soggetto più emozione di quanto non ne richieda. Qualche volta, però le vecchie fotografie di paesaggio ci tentano: scoprendo con esse che il vasto paesaggio americano che abbiamo amato è ormai completamente perduto, pensiamo che il ricordo e il dolore sono forse inutili.(...) Nell'amarezza che si unisce alla sorpresa del rumore di una lattina capitata sotto i piedi, ci troviamo a pensare che sarebbe stato meglio se Colombo si fosse sbagliato e il mondo fosse stato piatto, con un bordo dal quale precipitare, invece di essere questa gabbia circolare che ci fa ritornare sui nostri errori. La geografia è senza speranza".

"La prima cosa importante che le fotografie dell'Ottocento ci ricordano è che lo spazio non è semplice. Abbiamo pensato che lo fosse fino a che steccati e strade non lo hanno annullato, mentre venivano costruiti gli edifici. Finchè si poteva ancora guardare l'orizzonte libero da tutte queste cose, pensavamo che lo spazio esistesse. (...) Tra le verità che più risaltano in alcune delle prime fotografie c'è il silenzio. Lo spazio dell'Ovest era perlopiù quieto: ce lo suggerisce metaforicamente la pacatezza visiva delle immagini, caratteristica sia del soggetto che della composizione della fotografia. L'unico suono che cent'anni fa poteva prodursi davanti all'apparecchio fotografico era quello del vento, per quanto poco potessero essere gli alberi che ne venivano agitati; l' acqua che scorre appare solo in qualche rara immagine, e, almeno nella parte orientale non c'erano neppure molti uccelli".

"Un'altra qualità dello spazio che ritrovo nelle vecchie fotografie è il ritmo semplice della vita: lo spazio sembra spesso pressochè immobile - un ritmo e un tempo appropriati per chiunque speri di fare l'esperienza dello spazio. Le vedute estremamente dettagliate ottenute con tempi lunghi di esposizione (quanto a lungo doveva aspettare il fotografo che il vento calasse?) e non prima di aver predisposto una sorta di piccolo accampamento per la preparazione delle lastre, indicano, attraverso la pazienza del fotografo, il riconoscimento giustamente rispettoso del tempo, proprio della geologia e della botanica, necessario per dare forma allo spazio".

"I fotografi migliori affrontarono lo spazio come un enigma antiteatrale, un palcoscenico senza centro. Le loro immagini hanno qualcosa di banale, ma è proprio questo riconoscimento della semplice superficie delle cose che ci porta a legittimare la difficile rivendicazione del fotografo, la coerenza col paesaggio. Nel riconoscere le qualità comuni dei luoghi, sappiamo che questo è il nostro mondo e che il fotografo non ha barato per cercarvi un senso".

"L'armonia della composizione - l'ordine complessivo, spesso privo di un centro drammatico - ha reso queste immagini importanti agli occhi di alcuni fotografi e pittori moderni che vedono il mondo in modo non gerarchico e che fotografando o dipingendo danno lo stesso valore a tutte le componenti"

"Vale la pena, infine, di aggiungere una verità evidente a proposito di molti fotografi di paesaggio: una persona non si affanna a lungo con un banco ottico nel vento, nel caldo o nel freddo solo per illustrare una filosofia. C'è una sola cosa che può continuare a farti arrampicare sulle rocce, a rischiare il morso dei serpenti, a schiacciare continuamente mosche: il vedere. E' unicamente il piacere e l'impegno verso ciò che si vede, non verso ciò che si può comprendere razionalmente, a giustificare una fatica altrimenti priva di senso".

"Disse che il mondo poteva essere solo conosciuto per come esisteva nel cuore degli uomini. Perché per quanto sembrasse un luogo che conteneva degli uomini, in realtà era un luogo contenuto nei loro cuori e quindi per conoscerlo era lì che bisognava guardare, e imparare a conoscere quei cuori, e per far ciò si doveva vivere con gli uomini e non limitarsi a passare in mezzo ad essi." (Cormac Mc Carthy - Oltre il Confine -pag.115)

Ho cercato, attraverso questi brevi "estratti" di delineare la "poetica" del fotografo che ha al suo attivo numerosi libri fotografici di grande successo: The New West: Landscapes along the Colorado Front Range (1974), Denver, A Photographic Survey of the Metropolitan Area (1977), Praire (1978), From the Missouri West (1980), Our Lives & Our Children (1983) Summer Nights (1985), Los Angeles Spring (1986), Perfect Time, Perfect Places (1988), To Make It Home (1989) Cottonwoods (1994), Listening to the River; Seasons in the American West (1994), West from Columbia (1995), Eden (1999), Notes for friends (1999) ed i saggi: Beauty in Photography (1981) e Why people photographs (1994). Gran parte di questi libri è disponibile presso le migliori librerie specializzate internazionali ed on-line da: AMAZON ... PHOTO EYE ... APERTURE


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